La tunica di Joseph – Il pozzo di Giacobbe

Scritto da F. Bertoglio

Il 13 Dic 2012

La tunica di Joseph – Il pozzo di Giacobbe

«Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre; era infatti una pastorella. Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, fece rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce». Gn 29,9 ss

Pare opportuno, a questo punto, chiarire come avvenne che Giacobbe s’innamorasse a tal punto della bella Rachele da consegnarle intera la propria anima, il proprio cuore, i propri affetti al solo vederla. Il testo, secondo l’usata formula, narra che essi si conobbero al pozzo, dopo un lungo e avventuroso viaggio che condusse Giacobbe alla terra di Làbano, fratello di sua madre, di cui Rachele era figlia. Vi si recava per trovar moglie, obbedendo docilmente all’indicazione dei genitori. La notte prima di conoscerla, spinto dalla paura per sé a motivo dei perigli del viaggio, Giacobbe sognò una scala su cui salivano e scendevano dal cielo gli Angeli del Signore e ne concluse che se il viaggio avesse avuto buon fine il Signore, Dio dei propri padri, avrebbe dovuto essere anche il suo Dio. Con questo stato d’animo, stretto tra la paura della morte e l’esaltazione onirica, Giacobbe s’avvicina al pozzo dove incontra la piccola Rachele, la minore delle figlie di Làbano, suo zio per parte di madre. È lecito immaginare una somiglianza tra la piccola Rachele e la madre Rebecca? Parrebbe. D’altra parte, il testo per ben tre volte sottolinea la parentela stretta fra Làbano e Rebecca. Ma io non voglio insistere troppo su tale dettaglio, come se subito volessi correre alla conclusione più ovvia; che Giacobbe cioè fosse ancora fortemente sotto l’influenza dall’affetto per la madre di cui ora pareva poter riconoscere le sembianze nella giovane che gli si presentava al pozzo. Questo è certo un brutto modo di intendere le cose e noi ne saremmo subito scontenti e indispettiti per l’ovvia faciloneria con cui l’interprete salta alle conclusioni. Occorre osservare più oltre come Giacobbe fosse stato il prediletto di mamma, obbediente sino a cercar moglie secondo l’ammonimento dei genitori, così lieto di servire la genitrice da viver, come si dice, la sua vita ai fornelli, presso il focolare domestico e dunque la madre. D’altra parte, Rebecca lo spronava sempre e sempre lo preferiva al fratello a tal punto da ingannare e mentire al marito financo in punto di morte sull’identità del figlio prescelto per la benedizione paterna. Una donna il cui nome significa “tomba” non può che essere utero chiuso, sarcofago, appunto, incapace di tollerare l’aria libera e autonoma per i propri figli e dunque insofferente a quel figlio rubizzo che le sfuggiva irrequieto (Esaù). E invece di gran lunga più ben disposta verso quello che mite vi si sottometteva. Il quadretto è composto: Giacobbe era figlio buono, mite e ben disposto, a tal punto da convivere con la madre come larva nel bozzolo. Quando vide la piccola Rachele ebbe un sussulto dell’anima per il tempo perduto e per la propria giovane vita trattenuta così a lungo in quel grembo materno e s’innamorò del proprio dolore, cercando riscatto in lei per se stesso, quando avrebbe dovuto amare se stesso assai prima e da tempo porre un freno alla madre e alla propria ambizione. Così la volle e la sposò, noncurante di qualsiasi sacrificio impiegato per ottenerla, come se da lei dipendesse la propria vita. Perciò, quando perse Rachele, non seppe che guardarsi attonito attorno, non avendo mai vissuto per sé se non attraverso la madre prima, la moglie poi, vittima e complice di quell’utero che gli si era serrato attorno e che l’aveva scelto rendendolo al tempo stesso unico e servo, ma non altri che di se stesso e di colei che l’aveva generato, con cui aveva scelleratamente contratto un incongruo debito di riconoscenza. Giacobbe era rimasto solo figlio anche quando, sposato, di figli ne aveva ben dodici, senza mai saper essere padre. Di qui la totale mancanza d’affetto per gli altri suoi figli e le mogli che pure gli stavano intorno e tanti figli e vita gli avevano dedicato. Questo saldo intreccio di sentimenti e guadagno che dovrebbe assicurare all’eroe l’unico posto al sole, l’unico disponibile, è possibile solo se questi non vede il dolore che affligge tutt’attorno per sostenere un simulacro di se stesso in cima alla piramide degli affetti. Ed è una rovina. Questo è il prezzo di una simile concezione dell’unicità, intesa come inaudito privilegio cui tutto e tutti debbano essere sacrificati. Per questo motivo la Scrittura insegna che Dio solo debba essere amato in modo unico, abbandonando ogni falso dio, idolo, illusione per accedere a un amore che non sia una semplice consegna di sé alla tracotanza di uno smodato quanto irrealistico e irragionevole affetto per sé, come se tutti debbano amarci più di se stessi. Questo inaudito privilegio nasce da un vuoto dell’anima abissale. L’abisso di chi non abbia mai saputo dire a se stesso “io” e individuarsi in modo convincente e pieno, per essere sostenuto in cima alla piramide degli affetti familiari a qualsiasi prezzo, fors’anche l’odio malcelato dell’intera famiglia. Non è questo altri che un amor sui depravato che scimmiotta il creatore, l’unico che, pienamente degno di amare se stesso, ama invece anche noi.

D’altra parte, se Giacobbe s’attendeva di trovare intorno al pozzo quell’utero che morbido l’avvolgesse per sempre e così segretamente dimenticare se stesso, non è forse perché seguiva orme altrui? Non è vero, infatti, che presso un altro pozzo, ad Aram, già il servo di Abramo scelse la matriarca Rebecca per il figlio del suo padrone, Isacco1? A sentirlo almanaccare presso il pozzo assale un certo sgomento per come lo sguardo del servo si somigli al mercante di schiave: la sposa dev’essere molto bella, vergine, decisamente disponibile e servizievole al punto da realizzare ogni più riposto desiderio dello sconosciuto “signore”, e lo deve fare in fretta, di corsa. Pare una figlia o un soldato cadetto, più che una donna pari all’uomo, sebbene proprio questo fosse l’intendimento di Dio nel generare Eva: che fosse un vis a vis di Adamo, non una volontà supina e sottoposta persino a uno sconosciuto. Non è dunque una condanna divina quella che assegna tale ruolo subalterno alla donna, bensì lo stile tribale in cui si inscrivono i rapporti di forza all’interno della famiglia, dando corpo all’immagine funzionale all’uomo che la donna deve avere come è ben significato dall’avverbio di tempo: in fretta, cioè senza por tempo in mezzo, senza pensare, come fosse un automatismo degno di una serva. Con crudele ironia, la Scrittura vuole che la posizione di Agar, concubina e serva di Abramo, esclusa dalla linea ereditaria a motivo della bramosia di Sarah, sia assunta ora della futura matriarca Rebecca. D’altra parte, che sia un servo a scegliere la moglie per il proprio rampollo può venire in mente solo a un uomo che ha ben poca stima e amore per le donne, o a uno che le ha subite senza fiatare, abbandonando persino il proprio figlio pur di non misurarsi con esse. Perciò, non stupisce che sia questa la levatura di Rebecca, matriarca del clan di Isacco: bella, vergine e servizievole, purché subalterna e servile. Forse solo perché giovane e inesperta? Voglio onestamente crederlo. È un’altra occasione perduta per far pace fra i sessi quella che avviene intorno al pozzo così che all’eros si associa ora la servitù della donna, il suo essere funzionale all’uomo, di corsa, senza pensarci, come un soldatino docile al comando. E un’occasione perduta per l’uomo di dimostrare di saper essere altro che il padre padrone il cui unico desiderio è il controllo sulla donna, a partire dal suo corpo.

Che Giacobbe intendesse trovar moglie al pozzo e ne rimanesse a tal punto fascinato è dunque ora finalmente più chiaro. Che esso alludesse alla nuova vita nello stesso momento in cui richiamava alla mente del patriarca il seno materno, quella “tomba” che l’aveva ospitato e accudito fino ad allora, anche. Presso di esso, infatti, Giacobbe intendeva operare una scelta esclusiva e totalizzante come quella che aveva operato verso di lui sua madre, sebbene egli non s’avvedesse pienamente dei propri ceppi e “ripetesse” quel gesto che l’aveva reso protagonista mentre l’asserviva, correndo incontro alla bella Rachele qual fantolin corre alla mamma. D’altra parte, chi si rende conto del debito che contrae inconsapevolmente con l’origine che l’ha generato, se questa lo confonde con un privilegio senza essere consapevole del prezzo di sangue che richiede? Il decalogo recita: onora il padre e la madre, dove il termine indica l’azione di pesare. L’ambiguità del dono deve essere “pesata”, misurata, se deve divenire consapevolezza di sé. E non era questo il caso di Giacobbe, come abbiamo potuto osservare dal prosieguo della storia. Perché lo fosse, il giovane avrebbe dovuto forse cogliere un altro significato alluso dal pozzo, quello di Torah: che l’eros alluso dal simbolo non si rovesci in thanatos è possibile se i protagonisti della vicenda amorosa colgono uno spazio ulteriore di senso offerto dal Libro, vale a dire se essi non rimangono catturati dalla ripetizione a cui tende la propria personalità e sanno leggere la propria vicenda nel quadro di una maggiore consapevolezza di sé che il libro offre loro. Ma perché ciò sia possibile occorre spogliarsi di una prima lettura dell’eros, dipendente da quei primi affetti che l’hanno un tempo nutrita e “rinascere dall’alto”, in una lettura seconda che della prima costituisce una liberazione.

Nota 1 – «Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere. E disse: «Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa bontà verso il mio padrone Abramo! Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le figlie degli abitanti della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: “Abbassa l’anfora e lasciami bere”, e che risponderà: “Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere”, sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone». Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l’anfora sulla spalla. La giovinetta era molto bella d’aspetto, era vergine, nessun uomo si era unito a lei. Ella scese alla sorgente, riempì l’anfora e risalì. Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi bere un po’ d’acqua dalla tua anfora». Rispose: «Bevi, mio signore». In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere. Come ebbe finito di dargli da bere, disse: «Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché non avranno finito di bere». In fretta vuotò l’anfora nell’abbeveratoio, corse di nuovo ad attingere al pozzo e attinse per tutti i cammelli di lui. Intanto quell’uomo la contemplava in silenzio, in attesa di sapere se il Signore avesse o no concesso buon esito al suo viaggio». (Gn 24,10 ss)

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