Elogio dell’arte

Scritto da F. Bertoglio

Il 05 Nov 2013

«Tu mi hai mentito Wang-Fô, vecchio impostore: il mondo non è che un cumulo di macchie confuse, proiettate sul vuoto da un pittore folle e continuamente cancellate dalle nostre lacrime. Il regno di Han non è affatto il più bello dei regni, e io non sono l’Imperatore. Il solo regno sul quale valga la pena di regnare è quello in cui  penetri tu, vecchio Wang… Tu soltanto regni in pace su montagne coperte da una neve che non può fondere, su campi di narcisi che non possono morire. E per questo, Wang-Fô, ho studiato bene quale supplizio riservare a te, a te i cui sortilegi mi hanno disgustato di quanto possiedo e dato il desiderio di ciò che non potrò possedere. E per chiuderti nell’unica cella da cui tu non possa uscire ho deciso di farti bruciare gli occhi, perché i tuoi occhi, Wang Fô, sono le lanterne magiche che ti spalancano il tuo regno. E poiché le tue mani sono le strade dalle dieci ramificazioni che ti guidano nel cuore del tuo impero, ho deciso di farti tagliare le mani. Hai capito bene Wang-Fô?»

M. Yourcenar, Novelle orientali

Si conosce come il maestro Wang-Fô e il discepolo Ling si siano sottratti all’ira dell’Imperatore: dipingendo un quadro così meraviglioso che l’intera reggia divenne nient’altro che lo scenario da cui i due poterono prendere il largo, allontanandosi indisturbati dalla presenza del sovrano. Sebbene si riconosca all’arte uno straordinario potere rappresentativo, a stento si riesce a capire a fondo la sua malia medicamentosa e l’incanto che essa getta su un’intera vita, ricomponendola. L’errore dell’imperatore sta semplicemente in ciò: che egli non sa e non può godere di ciò che ha perché, semplicemente, lo possiede solo illusoriamente. L’artista, invece, non possiede nulla, bensì ama ciò che rappresenta e con ciò lo lascia andare. Se ciò che rappresenta è bello, la bellezza illumina tutti coloro che l’osservano come fosse la propria bellezza. Se ciò che rappresenta è orribile, l’orrore che l’artista trae da sé si deposita sulla rappresentazione liberando l’autore e ammaestrando colui che gode dell’opera. Nell’uno come nell’altro caso, l’artista si libera nell’opera che compie giacché, rappresentata la realtà – anche quella più intima o inafferrabile – diviene vera di una verità che è più che reale, perché anche umana.

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