A. Gaudì – San Giorgio e il drago

Scritto da F. Bertoglio

Il 09 Ott 2014

A. Gaudì – San Giorgio e il drago

Il 23 aprile, a Barcellona, come nell’intera cristianità, si celebra la festa di San Giorgio (San Jordì). La gente è in festa, per le strade, presa da una comune euforia: la giornata è dedicata all’amore senza distinzioni di sorta. Ogni amore è buono, perciò tutti possono festeggiare. Il nonno con i nipotini amati, i genitori con i figli, i giovani e i vecchi, gli etero e gli omo. Amore è un grande dio capace di conquistare qualsiasi cuore. Non sfugga che se i catalani di Spagna dedicano la festa di San Giorgio all’amore, i londinesi dell’Inghilterra imperiale vedono nel santo un guerriero armato e vittorioso sul male e perciò gli tributano il grande onore d’esser patrono dell’intero Paese. A ogni popolo il suo sguardo sul mondo. E va bene così.

Casa Batlló, opera del celebre architetto catalano Antoni Gaudí, fu completata nel 1907 e così consegnata per sempre alla storia di Barcellona. La costruzione originale era uno spazio molto stretto e allungato e dalla forma rettangolare, tutto sommato, piuttosto anonimo, che rappresentò per l’architetto una vera sfida artistica. I committenti, i coniugi Batlló, avevano acquistato l’edificio anni prima come investimento per i loro notevoli guadagni. Ora, aumentate le ricchezze, volevano trasformare l’edificio in un’opera d’arte, dimostrando così all’intera città il potere acquisito e la propria raffinata cultura. Un’impresa, tutto sommato, tipicamente borghese.

L’architetto scelse di ristrutturare completamente l’edificio secondo il suo stile originale: linee sinuose, elementi naturali floreali e zoomorfi, colori vivaci e accesi, forme straordinarie, imprevedibili e oniriche, realizzate utilizzando i più diversi materiali (mattone, pietra, ceramica, vetro, ferro). In altre parole, un organismo che manifesta tutta la vitalità creatrice del testo leggendario che interpreta. La profonda fede cattolica di Gaudí, la sua spiritualità ed il suo peculiare misticismo, infatti, permeano tutte le sue opere, costellate di motivi simbolici complessi, ricorrenti e spesso non immediatamente evidenti. Altri lo sono di più: in casa Batlló, i balconi ricordano resti ossei, il tetto di grande rilevanza il dorso di un drago trafitto da una spada di cui ancora si può notare l’elsa (il camino), i motivi floreali il bosco che circonda lo stagno in cui si cela il drago. Il tutto fornì una complessiva tonalità surreale alla narrazione architettonica, come i ragazzi avranno modo di approfondire durante il corso di Storia dell’Arte.

Se noi ce ne occupiamo, non è per la notevole bellezza estetica, ovviamente, bensì a causa dei riferimenti espliciti alla leggenda di San Giorgio e il drago, domandandoci se l’artista abbia saputo rappresentare al meglio il testo narrato o se abbia perso qualcosa della sua complessità. Ecco dunque, sinteticamente, il testo della legenda aurea di Jacopo da Varagine:

Si narra che in una città chiamata Selem, in Libia, vi fosse un grande stagno, tale da poter nascondere un drago, che, avvicinandosi alla città, uccideva con il fiato tutte le persone che incontrava. Gli abitanti gli offrivano per placarlo due pecore al giorno, ma quando queste cominciarono a scarseggiare si sentirono costretti a offrirgli una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta in sorte la giovane figlia del re, la principessa Silene. Il re, terrorizzato, offrì il suo patrimonio e metà del regno, purché la si risparmiasse, ma la popolazione si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni e molte trattative, il re dovette cedere e la giovane si avviò verso lo stagno per essere offerta al drago. In quel momento passò di lì il giovane cavaliere Giorgio, il quale, saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento per evitarle la brutale morte. Disse dunque alla principessa Silene di non aver timore e di avvolgere la sua cintura al collo del drago come un guinzaglio così che il mostro potesse seguirla docilmente fino in città. La principessa, dunque, così fece: giunta presso il mostro vi si avvicinò, sciolse la cintura, l’arrotolò al collo della bestia che prese a seguirla docilmente verso la città. Ma gli abitanti rimasero atterriti nel vedere il drago avvicinarsi. Giorgio li tranquillizzò dicendo loro di non aver timore poiché «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro». Allora il re e la popolazione si convertirono, il cavaliere uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città trascinato da quattro paia di buoi.

Questa straordinaria leggenda ha una complessità che merita di essere dipanata. In primo luogo, notiamo come descriva il drago: uccide respirando, divora tutti quelli che incontra, si nasconde, gode di un formidabile quanto insaziabile appetito. Si tratta, con tutta evidenza, del nostro alter ego: se il nostro respiro è vita, quello del drago è morte. Se noi mangiamo per sopravvivere, la sua è fame insaziabile ci distrugge indiscriminatamente. Se noi viviamo tranquilli in un villaggio alla luce del sole, lui si nasconde nelle acque torbide di uno stagno. Se noi viviamo una vita regolata, il drago dà la morte come gli pare. Un mondo chiaro e regolato e uno oscuro e sregolato si fronteggiano. Il primo appare minacciosamente insidiato dalla presenza del secondo che tende a inghiottirlo. È la metafora del bene e del male, della vita e della morte, delle regole e della sregolatezza che cozzano tra loro. Confronto polare, perciò religioso: come convivere con una simile minaccia incombente? In secondo luogo, notiamo la strategia degli abitanti di Selem. La presenza terrificante del drago li costringe a venire a patti, uscire allo scoperto, andare a vedere, rischiando la vita. Prima le pecore, poi i figli. Dilazionano il momento del confronto. Nel frattempo soccombono. Il drago incute paura solo a vederlo. È una minaccia mortale. Nutriamolo perché non si nutra indiscriminatamente di noi. Gli abitanti del villaggio cercano di gestire la minaccia. Non tu scegli chi vuoi, piuttosto, siamo noi a offrirci a te. Non hai l’ultima parola. Strategia inutile. Il drago non sente ragioni e divora senza pietà. Cosa dovrebbe fare un drago? Null’altro che questo. A smascherare l’equivoco ci pensa il caso. La sorte sceglie la principessa, figlia di re. Finché sono i figli di nessuno, nulla da dire. Ma ora è qualcuno a morire. Il re protesta. La sorte vale solo per voi, non per me. Siamo forse tutti uguali? No, la principessina è più uguale degli altri. Il popolo insorge. Il re è ridotto a più miti consigli. Il drago divide, la morte unisce, come una livella, tutti quanti al medesimo destino. Nessuno può preservarsi, nemmeno la figlia del re. Il pericolo è uguale per tutti. Dev’esserlo! Il re cede e la principessa s’incammina verso la tragica fine. D’altra parte, che può fare una cocca di papà? Forse che il drago sa fare eccezioni, distinguendo tra la tenera polpa di una donzella di corte e la coriacea scorza della contadina rubizza? La ragazza ha i minuti contati. Cosa potrà mai salvarla? È a questo punto che entra in scena Giorgio. Non è ancora santo e sembra un po’ tocco. Cosa propone, infatti, alla bella principessa? Si rechi pure dal drago senza paura, si sfili la cintura dalla vita e la usi come guinzaglio per condurre il mostro a casa, quasi fosse un compagnuccio di giochi, l’amato cagnolino. Un consiglio pazzesco e totalmente irragionevole. Quello che l’aspetta è un orrido mostro. Questo cavaliere è pazzo, dunque. Eppure la ragazza scommette anche lei che con la gentilezza persino il drago può essere vinto. Un gesto di tenerezza può tutto, persino là dove finora vi sono state solo lacrime e stridor di denti. E così è. Il drago, mansueto come il cagnolino di casa, si lascia infilare la cinta femminile, s’ingentilisce, segue la donna come il più domestico degli animali. Non è un mostro, dunque. La montagna si rivela un sassolino; la morte, il più innocuo dei pericoli, per chi scommette l’impossibile. Pascal è surclassato ben prima che l’esprit de finesse gli passasse per l’anticamera del cervello. Un colpo di genio della letteratura cristiana del XIII secolo. Eppure noi sappiamo che il drago viene ucciso da San Giorgio! Come, avviene dunque l’uccisione del mostro? Fu a causa della paura di tutti gli abitanti di Selem che, vedendo tornare la principessina con l’animale domato e mansueto non seppero vedere che il solito orrido mostro da sconfiggere ed abbattere. Certo, ammettiamo che l’idea di portare la bestia a casa come un cucciolo era temeraria e sconsiderata. La ragazza doveva essere fin troppo entusiasta della riuscita dell’impresa per ritenere che anche il popolo intero avrebbe gridato di gioia al sol vederla. No. Il mostro aveva troppe vite sulla coscienza, troppo dolore altrui, troppo sangue aveva versato. Il popolo strilla. Giorgio interviene nuovamente promettendo libertà in cambio di fede. Se crederete, il drago morrà. Si convertono tutti come un sol uomo e la bestia muore per mano di uno ed esce di scena trainata dai buoi. Una vittoria di Pirro, ma pur sempre una vittoria. Il pericolo è scongiurato. Eppure che occasione è stata mancata! In fondo, si poteva convivere tranquillamente con quel mostro che pareva mansueto come il più inoffensivo degli animali domestici. In fondo, si poteva riflettere e meravigliarsi su come una ragazzina che non aveva sinora affrontato il benché minimo pericolo nella vita avesse avvinto a sé l’orrenda creatura, quasi fosse una sorella. In fondo, sono le paure popolari a “tenere in vita” il mostro.

A. Gaudì – San Giorgio e il drago in sintesi

Cosa è rimasto della complessità leggendaria nel progetto di casa Batlló di A. Gaudì? Ben poco. Come buona parte dell’iconografia cristiana, Gaudì ricorda solamente il momento finale della storia. Il drago è ucciso, la morte vinta, il nemico sconfitto. Il suo corpo giace lassù sul tetto, esanime, e la sua bellezza è solamente un ricordo fascinoso e leggendario che strappa un moto di meraviglia al visitatore come alla cittadinanza intera. Lo stesso San Giorgio è schiacciato sul suo significato più banale di vincitore della morte e del drago. Il suo ruolo di guida, la sua apparente follia, la mitezza che ispira nel cuore della ragazza, la vera e propria conversione del drago, sono sfumati nell’ombra di una visione un po’ grezza e benpensante della fede cristiana. Ma non è il caso di piangerci su. La città intera, comunque, è in festa. In fondo, un drago è un drago. Merita la morte.

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