Il giovane Giuseppe – Thomas Mann

Scritto da F. Bertoglio

Il 18 Apr 2013

Il giovane Giuseppe


  1. Premessa

Alla domanda: «Che cerchi?» che uno sconosciuto gli rivolge in aperta campagna (Gn 37, 15-16), Giuseppe risponde: «Cerco i miei fratelli». La risposta arriva prontamente, è vero, e certo risuona in essa un’ovvietà: Giuseppe ha certamente dei fratelli e si trova appunto in aperta campagna per recarsi da loro secondo una precisa richiesta del padre, Giacobbe. Tuttavia, il legame presupposto dalla risposta appare troppo ovvio per essere così scontato e il lettore che abbia prestato attenzione all’antefatto non può non rimanere perplesso. In effetti, più che a un legame pieno e goduto, sembra che il passo si riferisca a un rapporto solo alluso e forse già irrimediabilmente compromesso. I fratelli di cui Giuseppe è in cerca, infatti, sono amareggiati con lui (Gn 37, 4.5.8.11), esasperati a tal punto da trasformarsi in bestie feroci (Gn 37, 33). Non è dunque un legame ovvio e scontato quello che la Scrittura descrive, bensì una relazione oscura e feroce tratteggiata in termini piuttosto realistici e disincantati, un vincolo già dato e tuttavia perduto e da ricercare nuovamente. Non sorprende, in effetti, che la Scrittura tratteggi in tal modo il legame fraterno. In esso si celano paurose cadute e devastanti tragedie, come ben sa il lettore di Gn 4, 1-16, la storia paradigmatica di Caino e Abele che qui ritrova attualità sondandone tutta la complessità in una rilettura che compone un vero e proprio poemetto dedicato al legame fraterno in seno alla Bibbia. E tuttavia la nostra attenzione ancora si deve soffermare su un particolare significativo della narrazione per cogliere appieno i protagonisti del dramma. Se il fuoco del passo è tutto su Giuseppe e se il padre è il mandante del suo viaggio alla ricerca dei fratelli ormai imbestialiti, un altro protagonista si fa strada tra le righe: un uomo domanda l’essenziale: «Che cerchi?». Un uomo che viene dal nulla incontro a Giuseppe e lo interroga sulle sue reali intenzioni, ne sollecita la coscienza a riconoscere e determinare l’oggetto della ricerca, togliendolo dalla sua indeterminatezza. In due soli versetti la scrittura squaderna il dramma di una relazione ovvia ma non goduta, indeterminata fino ad essere sbiadita sullo sfondo della coscienza dell’eroe protagonista. Un ruolo, questo, che Mann assegna a un angelo, una guida i cui tratti risultano molesti e scortesi, perfino inopportuni. E, in effetti, il ruolo ingrato della guida è appunto quello di condurre il giovane Giuseppe a riconoscere nel legame fraterno spezzato qualcosa di decisivo per sé. Un ruolo di cui Giuseppe ha bisogno. Di qui le tinte fosche del passo: c’è ormai bisogno di una guida per ritrovare quello che non si sarebbe mai dovuto perdere. Una guida che non indulge in facili discorsi consolatori, bensì critica perfino il legame paterno tratteggiando l’identità di Giacobbe in modo grottesco affinché il figlio prediletto ritrovi col proprio aiuto la «giusta via» e possa giungere alla meta. Ciò che è in questione, qui, dunque, è anche il legame che il figlio intrattiene col padre, in una sorta di midrash della relazione di Caino con Adamo. Un padre che non esita a mandare il figlio presso i fratelli pur sapendo che essi lo odiano. Il lettore di Gn 4 non può che trasalire: l’odio è sentimento che prelude all’omicidio. Perché mai Giacobbe vorrebbe in cuor suo una tale tragedia?

Così, in due soli versetti il dramma è tratteggiato con suprema maestria. Tutti gli elementi sono posti in essere: un padre inquieto, un figlio prediletto, dei fratelli imbestialiti, una guida accorta. Non resta che tirare le fila e mostrare come persino il prediletto arrogante e presuntuoso possa essere convertito alla volontà di Dio. Ma appunto, sullo sfondo non è questo l’interrogativo che inquieta il lettore? Perché mai Dio scelga proprio questo tra tutti? Perché il più ambizioso? Perché il più ingiusto? O forse bisognerebbe chiedersi perché l’elezione comporta un tale sfacelo di relazioni umane? Cosa soggiace ad essa sì da condurre l’uomo per così incerti sentieri? È forse una tentazione non solo per coloro che ne sono esclusi ma anche per coloro che ne sono protagonisti? E non è forse vero che, ultimamente, è l’autore dell’opera il vero eletto, capace addirittura di ironizzare sui protagonisti, umani o divini che siano? O addirittura essa non è una tentazione per Dio stesso? A questo livello teologico-teologico allude appunto l’opera di Th. Mann.


  1. Il padre, il figlio e la Ketonet di Rachele

Iniziamo dunque dal padre, a cui Mann dedica un intero libro, il primo della tetralogia. Giacobbe era un uomo

«di natura libera, primitiva e personale, fondata sulla potenza del suo sentimento e della sua vita, la quale era tutto un succedersi di storie alte, scaturiva da una spiritualità innata, emanante da lui e che ognuno sentiva».

Era dunque uno straniero la cui dignità riposava non tanto sui territori posseduti, bensì sulla qualità delle relazioni che sapeva intessere con le popolazioni vicine e sugli armenti che pascolava. La sua superiorità stava perciò nell’essere «un uomo altamente ispirato, sognatore audace, in diretto rapporto con Dio» che però non si esprimeva nei modi della scrittura e della dotta sapienza. E tuttavia riservava a Giuseppe una predilezione letteraria e lo assoggettava all’insegnamento del saggio servo Eliezer. Un insegnamento dotto, fatto di storie e scrittura. Era – a dire di Mann – un segno della predilezione del padre, un modo per separare il destino di questo figlio dagli altri. Predilezione accordata a motivo della nascita di Giuseppe dalla «vera moglie», Rachele. Dal momento in cui lei gli aveva donato questo figliolo, il patriarca non aveva avuto occhi che per lui. Un po’ perché gli altri figli risultavano così estranei alle cose dello spirito da apparire quasi offensivi nella loro brutalità, un po’ perché Giacobbe covava un risentimento feroce nei confronti dei figli avuti dalle altre mogli, un po’ anche perché Giuseppe, al contrario, prestava così tanta attenzione alle cose dello spirito oltre a quelle della carne, il destino di quest’ultimo doveva essere contrassegnato anche dall’esterno da modi e costumi del tutto alieni e separati dal resto della tribù. I modi letterari, in quel contesto un po’ contadino, scarno e brutale, dovevano appunto consolidare il vantaggio del prediletto. Vantaggio ribadito anche nei costumi, visto che Giacobbe avrebbe donato proprio a lui la veste principesca della madre: la Ketonet di cui Giuseppe tanto si sarebbe vantato. Che Giacobbe covasse addirittura rancore nei confronti dei figli avuti dalle altre mogli, Mann ha modo di esprimerlo en passant mentre riferisce il proponimento di Giacobbe di «maledire il maggiore [Ruben] e far posto a Giuseppe». Forse che Giacobbe volesse assicurare al figlio amato lo stesso vantaggio che lui, il tallonatore, s’era procurato sul fratello nella lotta per il posto migliore, l’unico disponibile? Di fatto, «di fronte ai fratelli Giuseppe non poteva avere vantaggi abbastanza». Che Giacobbe fosse tormentato dal vantaggio da assicurare al prediletto, dunque, è cosa sicura e ribadita. Gravitano in questa affermazione una serie di fattori che Mann suggerisce nello svolgimento dell’opera: innanzitutto la sua stessa vicenda fraterna fatta di lotta per il primo posto sin dal ventre materno. Poi la perdita di Rachele che doveva fare di Giuseppe quasi un alter ego dell’amata moglie di cui il ragazzo aveva persino le fattezze e i modi. Infine, un certo voler rivedere se stesso nel figlio. E tuttavia, proprio questo pare essere il motivo di maggior inquietudine del padre: i sogni e le estasi di Giuseppe paiono «senza freni e disciplina». Occorreva dunque dare al ragazzo queste regole e imporgli quel freno che lui, Giacobbe, aveva impresso dalla nascita e di cui non aveva avuto bisogno. In questo bisogno di freni e limitazioni certo Mann allude alla preoccupazione che Giacobbe incomincia a nutrire. Una preoccupazione spirituale, certo, allusa dai culti ossessivi dei Baal, ma forse, più nascostamente, una preoccupazione per sé, il tallonatore, l’eterno rivale, che finisce per intuire persino nel figlio prediletto un competitore che esibisce un linguaggio onirico capace di surclassarlo? O semplicemente una sintonia spirituale tra i due, per i quali il corpo, dedito al basso e sordido, necessita appunto di regole e discipline intellettuali? Se dev’essere certo una questione di carattere, quella per cui Giacobbe teme le visioni estatiche del figlio, non può esser semplicemente l’effetto di una sintonia spirituale che essi appunto non hanno. Nonostante le preoccupazioni, le regole, l’educazione dotta, Giuseppe sogna e immagina per sé solo un’elezione che dia un contrassegno divino alla sua vita. E nonostante le espresse preoccupazioni, Giacobbe sostiene ed incita in ogni modo il vantaggio del figlio sui fratelli gratificandolo di nomignoli fantasiosi e, finalmente, della Ketonet di Rachele. Ma come avviene che l’accorto Giacobbe finisca per donare il vestito da festa della moglie adorata e perduta? Può davvero sottrarsi all’ambizione che lui stesso ha generato nel figlio con una predilezione quanto meno stucchevole? No. Evidentemente non può farlo. Giuseppe gioca persino col padre, si fa beffe della sua compostezza, delle regole che avrebbe voluto e mai saputo imporgli. In un dialogo esilarante e ironico quanto mai, Giuseppe ottiene quanto la sua sfrenata ambizione brama: l’oggetto del desiderio è ottenuto oltre ogni speranza, oltre ogni promessa, immediatamente. Sta qui tutto il senso di una relazione malata, fatta di un’onnipotenza che intesse l’animo di Giuseppe fin nell’intimo, impedendo ogni rispetto, diluendo ogni ruolo, persino di genere. A tal punto la vergognosa predilezione di Giacobbe per Giuseppe è giunta che l’io del protagonista occupa l’intera scena. Mann chiosa: «naturalmente sembrava un Dio» con quella veste indossata. Per concludere: «Egli [Giacobbe] credeva realmente di vedere innanzi a sé Rachele, nella sala di Labano, il giorno delle nozze». Così, il padre: un miscuglio di nostalgia e paura, disposto a tutto per tenere in vita il proprio sentimento per la giovane moglie perduta, persino a sacrificare l’integrità spirituale del proprio figlio prediletto. Forse, annotiamo noi, Mann vuole alludere al fatto che per Giacobbe l’elezione di Giuseppe è strumentale alla propria autoconservazione? Forse che il lutto per la bella Rachele produce ancora i suoi mortiferi frutti, perché mai digerito e mai sopportato? Non è forse questa una maledizione che adombrerà col suo veleno l’intera vicenda?


  1. I fratelli, ovvero: la fossa

Come avvenne, dunque, che Giuseppe fu mandato in cerca dei fratelli? Capirlo, vuol dire comprendere sia il padre che il figlio. Dopo che il primo concesse l’onore della Ketonet al prediletto, questi, in uno stato di sempre maggiore esaltazione annuncia la propria elezione prima al fratello minore Beniamino e poi alle concubine, ai fratelli e persino al padre. Ci soffermiamo sul passo in cui Giuseppe parla alle donne che lo adulano con un moto di disprezzo, rancore e invidia di cui il figlio diletto di Giacobbe non s’avvede neppure:

«Dovresti andare per il paese e mostrarti agli “Occhi rossi” ai sei di Lia, e udrai il loro grido di giubilo, e al tuo orecchio risuonerà il loro osanna. Forse si stenterà a crederlo, ma egli non sentì tutta l’amarezza e la malignità pur così crudamente evidenti nelle parole delle donne. La felicità di veder appagato il suo desiderio, la cieca fiducia in se stesso, fanciullesca ma non perciò meno colpevole, lo rendevano sordo al vero suono di quelle voci, insensibile ad ammonimenti. Egli si compiaceva del dolce delle loro parole, convinto che non gli toccasse altro che dolcezza, e non si dava la minima cura di guardare nel loro intimo. Ma proprio questo era colpevole! Indifferenza e ignoranza della vita intima degli altri uomini finiscono col creare un falso rapporto con la realtà, una specie di abbagliamento. Dai giorni di Adamo e di Eva, da quando uno divenne due, chiunque, per vivere ha dovuto mettersi nei panni altrui, per conoscere veramente se stesso ha dovuto guardarsi con gli occhi di un estraneo».

Così Giuseppe, il prediletto di Giacobbe, l’amato più di tutti gli altri suoi figli. Questo il quadro: la sua giovanile arroganza l’aveva condotto a ritenersi oggetto di una venerazione superiore a quella che gli altri devono a se stessi. A questo l’avevano spinto le paure del padre. A questo l’aveva spinto l’assenza della madre, il suo limite e argine al morboso amore paterno. E tuttavia, aveva ceduto alle lusinghe e alla presunzione di poter anche lui, come il genitore, occupare il primo posto, l’unico disponibile. Non è da stupirsi che i fratelli e le donne si ribellassero a una tale rozzezza di spirito. Così se ne andarono tutti e dieci i fratelli, traducendo la predilezione smaccata del padre in solitario privilegio. Lasciati a se stessi, Giuseppe e il padre non ebbero più l’oggetto cui riferire il proprio orgoglio. Rispetto a chi, infatti, esser privilegiati e ostentare superiorità? E d’altra parte, non è ormai un delitto contro Dio il negare le sue infinite vie e dunque l’esistenza stessa degli altri rampolli del patriarca? Così almanaccava Giacobbe e in cuor suo sapeva anche di esser il solo responsabile di quanto avveniva. E sebbene se la prendesse con Giuseppe tenendogli il broncio a motivo dell’esasperazione dei fratelli, in realtà ce l’aveva con se stesso. Fu – secondo Mann – un moto di resipiscenza paterna verso i propri figli e verso se stesso quello che spinse Giacobbe a inviare, privo della sua protezione, il figlio diletto ai fratelli perché ne ricuperasse l’affetto. Una versione benevola verso il padre, certamente. Perché potrebbe anche darsi il caso che Giacobbe in cuor suo volesse una punizione esemplare per il marmocchio, tale da stroncarne recisamente le baldanzose velleità. E tuttavia, una versione che il padre offriva a se stesso, come per accecarsi e rassicurarsi.

«Egli metteva già in calcolo che la missione dovesse fallire, perché considerava la possibilità di un suo [Giuseppe] ritorno senza i fratelli. Ma la terribile possibilità che si avverasse il caso opposto non si affacciò neppure nella sua mente. Il destino, per sua propria sicurezza, gli impediva di immaginare un tal caso. Tutto infatti avviene altrimenti da quel che si pensa, perché i pensieri degli uomini, quando percorrono ansiosamente il futuro, assomigliano un po’ agli scongiuri, e sono un ostacolo all’attuarsi del destino …Inviando Giuseppe dai fratelli egli si proponeva soltanto di ristabilire lo stato di prima, che, però, anche troppo chiaramente, si era dimostrato insostenibile. Nessuno può dubitare che con il ritorno dei dieci sarebbe irrimediabilmente continuato il vecchio gioco, composto di tre elementi: la debolezza di Giacobbe, la cieca arroganza di Giuseppe, il mortale cruccio e rancore dei fratelli, e che si sarebbe giunti allo stesso risultato».

Appare evidente dunque: sebbene Giacobbe non l’ammettesse a se stesso come chiunque in analoghe circostanze, inviava Giuseppe dai fratelli sfidando ogni ragione e calcolo. Agiva in lui, secondo Mann, anche l’esperienza avuta con Esaù e Rebecca. Ed egli, in effetti, agiva come la madre, in questa circostanza. Ma dove c’è assenza di ragione non è forse il caso e il destino ad operare? Non è forse un rimettere nelle mani di Dio ciò che non si può più sostenere? Un’ordalia dunque, il cui prezzo può essere solo la vita o la morte. Questo è ciò che agita, sia pure inconsapevolmente, certo, il cuore di Giacobbe. E che fosse una questione di vita o di morte lo dice l’identificazione che Mann opera tra la vicenda paterna vissuta nel passato e l’attuale. Non era forse egli stesso fuggito dalla tenda di Isacco per timore di Esaù che lo voleva appunto morto? Non è dunque solo resipiscenza e accortezza a spingere Giacobbe a inviare il figlio diletto dai fratelli, in aperta campagna, privo della sua protezione. Bensì è l’astio per la competizione che il figlio ha ingaggiato con lui, un “rimetterlo al suo posto” e, alla fine, un “tentar Dio” che, mentre il patriarca è ancora in vita, progetta già di sostituirlo. Questa è la miseria di Giacobbe, se non l’unico, il maggior responsabile degli eccessi commessi fin qui e di quelli che verranno. E se il giovane non vedrà la morte per mezzo del bastone come già Abele prima di lui, sarà solo per il debito che Ruben vorrà saldare col padre. Ruben, infatti, aveva fatto un torto ignobile al patriarca ed ora gli si presentava l’occasione di mettersi in pari, esorcizzando la paura che il genitore gli incuteva. Così, quando Giuseppe giunse a loro, gli si scagliarono contro, letteralmente sbranandolo come belve feroci. Ma appunto, operarono per esasperazione e come privi di senno. Lo ridussero a una bestiolina ferita e nuda, come figlio appena nato. Poi dovettero ragionare. E interrogandosi sul motivo di tanta risentita ferocia stabilirono in cuor loro quello che già sapevano:

«Ad agire, li aveva spinti – e su ciò il loro sentimento era unanime, non il desiderio di punire lo sfacciato né di vendicarsi e nemmeno, come prima cosa, di distruggere i sogni, ma di aprirsi una via verso il cuore del padre. La via ora era libera, essi potevano ritornare; senza Giuseppe, come senza di lui erano andati».

E tuttavia provarono essi stessi orrore per una simile penitenza da infliggere al padre, ben sapendo che non l’avrebbero riconquistato s’egli avesse associato il loro ritorno senza di lui con la perdita del cuore. La belva feroce con cui misero in scena il dramma della vita spezzata, non fu che il disperato tentativo di conquistarsi il cuore del padre, quel posto che lui aveva negato loro sin dalla nascita, per rancore e miseria verso le donne che aveva avute non per scelta o sentimento d’amore, ma per inganno e malizia. Oltre a ciò, sottilmente, era un atto d’accusa verso il padre responsabile di tanta esacerbata gelosia proprio a causa della distanza che essi percepivano tra i suoi sogni, gli alti sentimenti, le alte storie, e la miseria cui li aveva condannati impedendo loro persino di poter parlar liberamente.


  1. Il giovane Giuseppe, epilogo

Un padre, molti fratelli, una madre che non c’è, molte madri che non son tali per l’unico prediletto. Lungi dal caratterizzare la relazione familiare come un luogo ameno e lieto, la Scrittura ci abitua sin dal suo epico avvio a tuffarci realisticamente in sordide passioni e inconfessabili paure. La relazione fraterna, in particolare, viene tratteggiata come qualcosa di mortale ed in ogni caso pericoloso. La sua densa trama di emozioni, le sue rivalità occulte o palesi, le scelte arbitrarie e comunque dolorose intessono un ordito la cui trama è la paura. Il limite dell’origine ci dice da una parte che non siamo noi a volere noi stessi, bensì altri ci hanno voluti, sin nelle intime fibre di quel corpo che costituisce la nostra stessa identità. Dall’altra ci attesta che, in quanto “iniziati” dobbiamo pure avere una qualche fine e che pertanto la nostra stessa esistenza, non solo l’identità, non può autoconservarsi. Di qui il titanismo delle scelte; il dolore che le precede e che ne consegue attesta la sfiducia che la creatura nutre nei confronti dell’artefice divino. Sfiducia che non sia all’altezza delle promesse e che le sue parole siano, alla fine, vuote. È da questa sfiducia che sorgono la rabbia, il rancore, l’arroganza, l’insensibilità, il dominio a cui si vuole assoggettare l’altrui e il proprio destino. Se queste sono le emozioni in gioco e se il padre, il prediletto, i fratelli e le donne s’inseguono in un’impossibile corsa per occupare quel posto al sole che sembra l’unico degno della propria esasperata ambizione, che ne è appunto di Dio? Quale posto riserviamo al disperato oggetto delle nostre lamentele? Anzi, dell’unica che conta: perché io non sono come te? Perché dunque ti sei riservato, egoisticamente, il meglio? È possibile che questi fossero i sentimenti nel petto dei fratelli, delle mogli e persino del padre. Ma, Giuseppe che cosa nutriva in cuore?

«La convinzione che una vita e un accadere, i quali non possano legittimarsi con una più alta realtà, che non si fondino e non si appoggino su un qualche cosa di sacro e di conosciuto, incapaci di rispecchiarsi e di riconoscersi nel divino, non sono né vita né accadere; la convinzione che quel che accade quaggiù non saprebbe accadere né gli verrebbe in mente di accadere, se non avesse il suo modello e la sua immagine parallela lassù, era in lui non meno seria che nel padre».

Così, mentre i fratelli lo sbranavano imbestialiti Giuseppe già pensava a cosa Dio stesse apparecchiando per lui. Il dilaniato per l’abisso, il sacrificato per la tomba, già intravvedeva una via a lui oscura, certo, e tuttavia già pronta, da imboccare quando e come Dio avrebbe voluto e saputo ottenere da lui. Dio voleva il sacrificio del figlio. Ma appunto, voleva! Da lui! L’eroismo lirico in cui si immaginava di dover trapassare come il bruco nella farfalla era già in azione nella fossa, contro ogni ragione e aspettativa, ed esso giungeva insieme ad un altro pensiero di riscatto, ma non solo per sé, bensì anche per il padre disperato per la perdita subita. Sebbene vittima delle proprie ambizioni, esse sono state alimentate e volute dal padre a cui ora il figlio si rivolge sperando di poter riscattare il proprio destino insieme al suo. Così, nella speranza, la fossa era vinta per entrambi. E tuttavia, il sorriso che increspa le labbra proprio mentre viene eseguita la condanna, stupisce e amareggia insieme. Sebbene la lezione sia stata dura ed egli ora s’interroghi sulle proprie responsabilità e persino su quelle paterne – senza peraltro trovar risposta – la vittima sacrificale già «spinge la realtà a un adattamento e a disporre l’uomo secondo il bisogno» rendendo sopportabile – quasi non fosse che una burla – quello che un attimo prima pareva non lo fosse. Questo almanaccare nella fossa gli manifesta tutta la solidarietà che lo lega al destino paterno: entrambi fanno un medesimo gioco. Perciò, mentre il giovane giace nella fossa, il vecchio giace carponi. L’improvvisa e disperata gioia del prediletto sta tutta qui: la solidarietà del figlio sta nell’essere il futuro del padre e in mezzo a tale marasma questa è l’unica, assurda, consolazione: Giuseppe è finalmente cresciuto, può preoccuparsi persino del padre a cui lo lega un comune destino, perché, mentre quello giace carponi schiantato dal dolore, la fossa uterina in cui giace l’eletto pare promettere già un destino ulteriore. Per quanto solidali, i figli sopravvivono ai padri e questo solo è già un successo per Giuseppe che incomincia a individuarsi, libero, anche se tragicamente libero, dalla malia del patriarca. Così, pare ambiguamente realizzarsi il messaggio della misteriosa guida che l’aveva condotto in aperta campagna da quei fratelli che l’avrebbero liberato, sia pure sbranandolo: la «retta via» altro non è che la realtà delle proprie relazioni vitali coi fratelli e col padre, a cui la guida è disposta a ricondurci condividendo con noi il cammino per un certo tratto, con uno spiccato senso critico che talvolta sfiora l’ironia e il sarcasmo affinché ciò che costituisce il contenuto stesso della benedizione sia custodito. Quanto poco questo avvenga nella storia di Giuseppe è appunto il contenuto del terzo episodio della saga: Giuseppe in Egitto. In esso, ahimè, colui che non ha saputo finora riconoscere la solidarietà coi propri legami fraterni e custodire la differenza con l’origine paterna e materna che lo costituiscono, finirà per lasciare macerie e stridor di denti dietro di sé quando si presenterà la classica seconda occasione della vita. Per questo destino amaro e terribile, la Scrittura individua una donna, una principessa egizia, di cui nemmeno ci dice il nome. Solo il genio letterario di Mann poteva individuarlo con feroce sagacia: Mut, mamma.

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