Michelangelo – La Pietà come teologia dal vangelo

Scritto da F. Bertoglio

Il 23 Set 2014

Nonostante la mia formazione sia per lo più legata a testi, verso i quali ho contratto un cospicuo debito di intelligenze e saperi, ritengo che Michelangelo sia un maestro di teologia senza pari. Né sono persuaso, come altri, che la sua interpretazione della Scrittura sia stata dettata da un intellettuale di corte presso il Vaticano. Viceversa, sono profondamente convinto che l’interpretazione che Michelangelo offre della deposizione sia un suo straordinario pezzo di bravura, non semplicemente dettato dalla competenza teologica altrui, bensì dalla sua personale conoscenza del mondo delle cose umane e perciò capace di illuminare non solo il testo evangelico, ma anche la dottrina della Tradizione sotto una luce del tutto particolare.

Parlo, si capisce, della Pietà di Michelangelo. Un gran pezzo di marmo che rappresenta l’istante in cui la divinità cristiana, Gesù di Nazareth, è deposta dalla croce – su cui ha subito una feroce esecuzione capitale – tra le braccia della madre, Maria. Anche ad una prima osservazione, almeno due cose stonano: la gioventù della donna, rispetto all’uomo che dovrebbe essere suo figlio; e l’assenza di pianto a rigarne il volto. Già questo mi pare formidabile. L’artista mente, sapendo di mentire, ovviamente. Ed è proprio la sua menzogna a costituire il motivo di riflessione maggiore nel momento in cui ci accingiamo ad interpretare l’opera. In effetti, la madre non può avere tratti così giovanili, né rispetto alla sua età biologica, che dovrebbe aggirarsi intorno alla cinquantina, né rispetto al figlio, di cui pare l’innamorata o la sorella piuttosto che la madre. Non la sorella, visto che i testi lo escludono, anche se non categoricamente. La Sposa, dunque, come la Chiesa lo è del Cristo. L’interpretazione allegorica risolve in modo brillante la difficoltà. La madre è giovane quanto il figlio perché in lei si riflettono i caratteri della Sposa di Cristo che è la Chiesa di cui è simbolo e metafora. Il genere femminile singolare di Maria si traduce nel plurale “noi” di tutti credenti in Cristo. Maria è il modello dell’uomo credente. Verissimo e fin troppo facile capirlo secondo la mentalità del tempo, la dottrina inconcussa della Chiesa, la teologia coeva. Perciò l’opera di Michelangelo sta così bene in San Pietro, culla della cristianità cattolica.

Tuttavia, questo primo livello del discorso non esaurisce l’argomentazione, bensì serve solo a rassicurare: Michelangelo sta tutto entro l’alveo della dottrina cattolica recepta. E non c’è da stupirsi di madri che paiono spose. La Chiesa stessa ama il Figlio oltre la morte così come fece a suo tempo la madre celeste. Tuttavia, dicevo, c’è un altro cespite d’argomentazioni che va sviluppato per rendere ragione non solo della docta teologia ma anche della natura delle cose. Maria, mi pare, è giovane anche in altro senso. Lo è rimasta, come se il tempo si fosse preso una lunga pausa con lei, fermandosi a quando concepì il figlio, ragazza. Che il tempo si fermi non è cosa umana, bensì divina, come se Michelangelo volesse coniugare al femminile la nostra concezione maschile della divinità. Più che Padre, dio per Michelangelo, assume i caratteri meravigliosi della Madre. Dio è “materno” quanto Maria. Entrambi si somigliano, avendo amato il Figlio fino alla fine, anzi, oltre. Come dio, Maria assicura al Figlio il proprio amore affidabile e leale, ben oltre la morte. Come qualsiasi mamma, in effetti. Nulla di particolare, in questo, bensì un “diritto naturale” di madre esercitato fin sotto la croce. Diversamente da quanto hanno fatto altri, Maria sta, resta, si espone al martirio del Figlio, resistendo all’assalto della folla omicida disposta al linciaggio del Maestro1. Come se dicesse: «potete far paura ad altri, coloro che fuggono o rinnegano, ma non a me, che sono la madre. Non mi fate paura. Non ho paura». Che donna! Qui sotto la croce ce n’é una che li vale tutti quanti, mi sembra di poter dire. Ed in effetti, nel pieno del marasma non era facile rimanere là sotto mentre la città intera pretendeva giustizia sommaria del delinquente. A parte il traditore, suicida, gli altri falliscono la prova, abbandonando il Figlio alla più nera delle solitudini. Non la madre, però, che Michelangelo ritrae ferma nella sua pietà. Per chi c’è sempre stato non c’è motivo di pianto, perché s’è fatto tutto quanto si doveva e poteva fare. Altri piangano pure, visto che non l’hanno fatto. È bello e giusto piangere la propria piccolezza. Questo li redime. La madre, però, non ha bisogno di redenzione. Perciò non piange, ma abbraccia il Figlio come fosse il Padre celeste. Oltre la morte. Ma perché Michelangelo la rappresenta così giovane, in ogni caso? Perché Maria pare rimasta ragazza. Come allora fu fedele al Figlio volendolo oltre ogni convenienza, ora lo accoglie per un ultimo, estremo, saluto. Colei che l’ha generato, se lo riprende per un attimo ancora, prima di consegnarlo alla storia. Bisogna dunque riflettere sul tipo di ragazza che fu allora, quando lo generò in circostanze oscure e terribili, oltre ogni convenzione e pudore. Dovette apparire spudorato il suo avere un figlio prima del matrimonio, in un periodo in cui ogni brava ragazza certo non avrebbe dovuto. Temerario l’averlo da altri piuttosto che dal promesso sposo in un ambiente le cui convinzioni in questo caso significavano piuttosto la morte che la comprensione. Non credo che l’argomentazione teologica avrebbe potuto salvarla, se anche l’avesse usata. Anzi. In quel contesto pretendere una complicità divina in quello che doveva apparire un adulterio il cui frutto è un figlio illegittimo avrebbe suonato come un’intollerabile offesa a Dio, piuttosto che un avvallo divino. Dobbiamo realisticamente immaginare una comunità restia ad accettare una simile pretesa, come del resto lo sarebbe chiunque di noi. Maria dovette dunque apparire una ragazza spericolata e a tal punto mal tollerata da invocare l’intervento delle guardie del Re Erode a chiudere brutalmente nel sangue la questione: altro che prediletto da Dio! Il bambino è frutto della colpa e del peccato. Va’ certamente soppresso, a tal punto che le guardie, non individuandolo, si abbandonano alla strage. Non a caso lo stesso Giuseppe medita di ripudiarla lasciandola al suo destino. Facile immaginare le conseguenze di questo lavarsene le mani. Maria sarebbe stata gettata in pasto ai lupi. Rischiava la lapidazione. Se non questo, la riprovazione di tutti e l’esclusione. Una vita ai margini, come ragazza madre e donna del tutto inaffidabile. È questo il dilemma di Giuseppe: se lasciarla al suo destino, abbandonandola, o prenderla con sé. Questa seconda scelta, che doveva apparire ragionevolmente temeraria e sconsiderata, è quella che ha fatto di Giuseppe un uomo giusto. Uno zaddik. Un ebreo zaddik: «non ucciderete Maria. Né la perseguiterete oltre. È la donna che amo. Mio sarà anche il Figlio che porta in grembo. Fa nulla se non è mio. Non potrei vivere sapendo di averla condannata alle pietre o all’esclusione della vergogna». Questa la scelta di Giuseppe. La forza di Maria, invece, sta tutta in questa sua pretesa materna: «in nessun caso può essere un peccato. Anzi, è sempre un dono di Dio».

«Quanto è bello l’uomo quando si comporta come un uomo»! A parlare, è Menandro, in nome della Grecia e dell’uomo. Collocando il cristianesimo intero sotto il segno dell’incarnazione del divino nel vero uomo, Michelangelo lo affratella alla migliore tradizione pagana. Questa è la sua straordinaria intuizione teologica: la rivelazione di Dio è al medesimo tempo la manifestazione dell’uomo, quasi che Buonarroti voglia ammonirci che contemplare Dio significa in prima istanza adorare questa donna, prototipo di tutti i credenti semplicemente perché veramente umana. Non sfugga qui il rovesciamento operato dalla Pietà: la rivelatrice del Padre è Maria, conformata al Figlio nell’amore fino alla fine. Quasi a dirci: «volete vedere il Padre? Eccolo, nella Madre».

1Non a caso la grande tradizione teologica e filosofica illuminista e romantica, soprattutto tedesca, paragona la vicenda narrata dai Vangeli a quella socratica ad Atene.

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