La tunica di Joseph – L’ascesi di Giuseppe

Scritto da F. Bertoglio

Il 18 Dic 2012

La tunica di Joseph – L’ascesi di Giuseppe

«Abbiamo fatto un sogno e non c’è chi lo interpreti». Giuseppe replicò loro: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque». Gn 40,8

Cos’era, dunque, il sublime che lo spirito dell’interpretazione prometteva di cogliere dalla melma della miseria trasfigurandolo nel fango della redenzione? A ben vedere, il vecchio spirito, astutamente, aveva solo accennato alla possibilità che nella melma della miseria si celasse il fango della redenzione assegnandolo all’amorevole cura del libro di Dio, come se la luce del libro donasse alla miseria doti non sue. Solo una testa ignara di grammatica e di logica potrebbe accettare una simile proposizione: se la miseria è tale, non lo è meno solo per la luce del libro che l’illumina. E tuttavia, la luce separa fuor dalla melma il fango della redenzione, così dicemmo, senza però dimostrarlo. Lo spirito dell’interpretazione che io incarno, seduto, qui, sulle erbose rive del fiume, tra il mieloso profumo delle acacie in fiore, ronzanti di insetti, nel cuore della campagna rorida dei mille verdi della primavera, si è gettato in avanti, anche lui mettendosi in scena sul palco, forse osando un po’ troppo, dicendo a se stesso, come il Signore dei cieli e della terra: “dopo il trenta facciamo trentuno”! È passato, cioè, tra i morbosi affetti familiari del giovane Giuseppe subendo con lui il lavacro della fossa che l’ha sottratto ai ceppi carnosi del padre divorato da fame titanica; poi, di miseria in miseria, ha attraversato l’illusione dell’amore incestuoso che segretamente ancora inquietava il ragazzo ormai divenuto uomo, così che Giuseppe si trovasse ad affrontare una duplice sottrazione: separato dai corpi che costituivano il nido dell’adolescente, il giovane uomo dovette poi sottrarsi alle malie dei fantasmi che ancora lo conservavano nell’utero materno. Fantasmi assai più persistenti dei corpi giacché erano senza confini precisi e perciò inafferrabili e indefinibili. Fantasmi che volevano un corpo di cui vestirsi e venire alla luce, attirati come falene notturne dalla calda luce della candela, e così dissolversi, bruciando nella vivida fiamma. Ed inoltre: chi oserebbe negare l’ovvietà dell’amore filiale? L’ovvio è l’acqua che avvolge, uterina, la vita di tutti. Perché mai metterlo in dubbio sino a tal punto? Fu solo il naufragio che lo salvò dal disastro: giunto sulla sponda di Venere, Giuseppe fuggì lasciando solo una veste in mano a colei che in tutto e per tutto poteva esser sua madre. Il che vuol dire che fuggì nudo. A stento freniamo un risolino di scherno per la scena di lui che fugge per via come mamma l’ha fatto; risolino che tosto si tramuta in una tonda faccia sbigottita sentendolo sibilare ancora una volta «Rachele era bella di forme e avvenente d’aspetto!», prima di finire nuovamente nella fossa. Non vogliamo sapere se quella veste se la fosse tolta da solo o avesse lasciato che lei l’afferrasse. Temo però, che ciò che la Scrittura intende con «il Signore fu con Giuseppe», qui, nel carcere di Faraone come nella nobile dimora di Potifar, non significhi altro che la tenace volontà di autoaffermazione dell’eletto. Se così non fosse, perché mai il capo delle guardie, come Potifar prima di lui, avrebbe finito, nello spazio di pochi versetti, per non prendersi più cura di nulla? Non è proprio questo il segno di un servizio interessato, reso con spirito arrivistico? E non è men vero che l’arrivista non perde occasione per adulare con discorsi suadenti il superiore affinché lui stesso possa godere i benefici della sua buona disposizione? E non è altrettanto vero, forse, che Giuseppe aveva già frequentato la moglie del suo padrone realizzando così in modo straordinariamente allettante una bella carriera? E non era quella quasi una vedova, verso la quale la Scrittura tante volte mette in guardia i giovani? E, ancora, non aveva forse fatto un voto che l’avrebbe protetto da quei Baal che il Comandante, come prima la signora egiziana, rappresentavano ai suoi occhi? E, infine, non era un’egizia colei che gli si era offerta come carne fremente? Egizia, appunto, aborrita dal padre quanto e più dei Baal. Tutto ciò non dimostrava in Giuseppe un certo sprezzo delle regole e un’arrivistica incapacità di stare al proprio posto? E quale irragionevole volontà doveva spingerlo a tradire la fiducia e l’amore che l’avevano fin qui ospitato in quella casa come un figlio? E non è forse vero che il Decalogo recita: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo»? Quali buffe strade la vita propone perché alfine riconosciamo noi stessi… E tuttavia, quale dolore inconfessabile veniva finalmente alla luce in casa dell’eunuco, il nobile Potifar? E non è un bene, forse, questo venire alla luce di ciò che giaceva nascosto, nel profondo, in seno a questa nobile coppia di sventurati? Non è forse alla luce che anela la verità, per dolorosa e scomoda che sia? Essa, che riposava nascosta nella melma, ben lontana dalla chiara luce di Dio trova ora finalmente il suo posto, riconosciuta e dunque dolorosamente redenta. Perciò, occorre ammetterlo, sebbene a malincuore e con un certo imbarazzo: “non tutto il male viene per nuocere”. Questo per dire della nobile coppia. Ma che ne è di Giuseppe? Quale verità gli spetta in mezzo alla melma da cui abbiamo detto di poter separare il fango della redenzione? Un’affermazione teatrale, forse, lo ammettiamo. Notiamo, però, che ancora una volta il testo posa tutto il suo lume su una semplice cosa. Ancora una veste perseguita il giovane divenuto ormai uomo. Non c’è che dire: sebbene cresciuto il giovane uomo non s’è mosso poi di molto! Una veste era all’inizio il contrassegno del suo morboso affetto e una veste è ancora oggi il segno dell’onta e del disonore. Il chiasso degli angeli che ridono lassù nei limpidi cieli di Dio arriva fin qui, rotondo e chiaro. Si sa, d’altra parte, della gelosia angelica per quella creatura che il Signore volle a suo scorno e diuturna preoccupazione per via di quel corpo che la veste non sa mai se vestire o svestire. Tuttavia, dicemmo: “nella melma della miseria si mescola il fango della redenzione”: perciò, redenzione dev’essere. Non a caso qui Dio compare ancora una volta sulla bocca di un Giuseppe ormai divenuto uomo. La prima volta appariva in famiglia, tra le tende e le pecore. Ora in prigione. Poi, fuor della soglia, davanti a Faraone. Se, nella Bibbia, le cose hanno un senso che talvolta supera di gran lunga le parole di cui l’uomo si riempie la bocca, per lo più in modo sacrilego, anche i tempi e i luoghi in cui esse vengono pronunciate possono dir molto. Pressappoco come avviene all’inizio del testo in cui la voce del Santo risuona quando ancora nessuno l’ascolta! Non è forse un’indicazione preziosa, questa, di quanto sia importante il ruolo di chi, silenziosamente, narra? Non è forse una dichiarazione esplicita che dica al lettore: “guarda che nessuno c’era qui, ad ascoltare, e pertanto sappi che io, il Libro, narro e parlo per bocca di Lui e che se il Libro parla per bocca di Lui, sono io, il narratore, che scrivo e racconto, perché di Dio, propriamente, solo altri possono parlare”! Come se fosse cosa da poco, questa, introdotta da un avverbio di tempo. In principio non c’era proprio nessuno ad ascoltare, tantomeno a scrivere. E d’altra parte il racconto racconta anche quando noi siamo ancora in mente dei, come si dice, esonerandoci dall’imbarazzo di essere noi stessi onnipresenti. Dunque, questo “Principio” è un artificio letterario, un’indicazione preziosa di come funziona il Libro. Non ci dilungheremo affatto su tali questioni essenziali, perché non è questo lo scopo di queste nostre ricerche sul libro di Giuseppe. Ma teniamole a mente. Qui ci interessa, invece, il fatto che il testo ritorni, ritornelli, canti una cantilena, ripeta. Allora il Signore diceva di un sogno, di inchini, di fratelli, di padri e di madri e di un Giuseppe solenne, vestito di una veste, proprio la stessa, quella materna, al centro, che tutti dominava e a cui tutti s’inchinavano. Era un latrato notturno distillato dalla predilezione paterna e dallo strazio dell’orfano che vagheggiava se stesso in cima alla piramide degli affetti. La storia s’è incaricata di smontare quell’illusione, per il momento, e mostrare la sua faccia feroce. Giuseppe piomba due volte nella tomba: la prima sull’orlo della follia a cui aveva condotto i fratelli grazie anche all’irresponsabile condotta del padre; la seconda piombando dal seno di Venere nell’abisso della prigione. Il contrassegno di queste cadute è sempre una veste. Una volta è il motivo della fossa. L’altra, il suo esito. Entrambe le volte per il medesimo errore di valutare se stesso più di qualsiasi altro, di essere l’Unico di cui gl’importasse qualcosa, come se non ci fosse posto per tutti, ma solo per lui, alla cima della piramide. Come se una specie di torre di Babele fossero il suo cuore e la sua personalità. Non è questo un modo distorto e orribile di concepire l’elezione? Non è questo forse il posto di Dio stesso, quello di essere Unico, appunto, e nessun altro come lui? Non è questo allora uno scempio del Suo nome, un nominare invano, un bestemmiare Iddio, cui presto devono seguire l’ira e la gelosia dell’Eterno? Così, proprio la melma rivela il fango della redenzione, il posto assegnato a ciascuno: l’uomo, infatti, è immagine di Dio, non Dio stesso, perché il limite è dettato all’uomo sin nella carne e nella pelle che lo delimita e lo determina. E lì deve stare, per la sua stessa salute. In questo ripetere e scandire la sua nenia, il testo ci avverte dicendo della somiglianza e dissomiglianza, in una parola: dell’ascesi di Giuseppe verso Dio. Perciò il testo, dopo l’episodio dell’illusorio amore incestuoso per la moglie di Potifar riprende nuovamente i suoi giri, Giuseppe torna a sognare, ma ora i sogni sono d’altri. Il centro si sposta, non è più Giuseppe. Vinta la carne titanica del padre e l’immagine onirica della madre, finalmente l’uomo che un tempo era il giovane è pronto a tornare sui suoi passi, riprendendo la via del cielo dove s’era interrotta, ritrovando ancora la via stretta nelle celle di Faraone, tra i nobili coscritti del re. L’ascendere a Dio è un ritornare e un inabissarsi, un salire a ritroso il fiume del tempo. Quale meraviglia! Come già altri insegnano, anche la Scrittura nota come la meraviglia sorga dalle cose stesse. Ma perché sorga, si ripete, simile e pur dissimile; in una parola: rovesciata. Quella veste sublime di madre si rivela come il sudario del sepolto nelle celle di faraone. Ma il sudario è migliore della veste sublime, la fine migliore dell’inizio perché ne svela il carattere ambiguo, spalancando nuovamente la porta delle possibilità. In questo c’è il divino. In questo apprendere e osare l’abisso per rovesciare il destino scritto nella carne e nell’anima. Questa sottrazione che solo Dio può operare è la forza dello Spirito, vale a dire il realismo con cui opera per il bene dell’uomo. Infatti Dio parla sempre le parole dell’uomo, il suo dire. Ma quanto è sottile la lama che separa il miserabile che parli per sé e il folle che parla per Dio! Così Giuseppe: la sua maldestra percezione di sé sconfina ancora con il verbo divino, si mette in scena come attore, rappresenta se stesso e dunque dice: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque»! Così abbiamo fatto anche noi, burlandoci bonariamente del testo, mescolando il commento alla parodia, la verità e la menzogna, come fossimo lui. Non c’è arma più lieve e severa a un tempo dell’ironia, infatti, per ricondurre l’eroe a una sana percezione di sé. D’altra parte, che l’interprete dei sogni nella fossa di faraone fosse una messa in scena e una frode lo attesta pienamente il v. 15 dove il nostro eroe candidamente afferma: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dalla terra degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo», dimostrando ancora una volta la sua incapacità di apprendere dai propri errori per conservare quell’immagine innocente che continuamente spaccia a se stesso e agli altri. Perciò la fossa si chiude ancora e trattiene, come utero materno, l’eroe della saga. Ma la soglia è varcata e Dio intravisto, in quel luogo, la prigione dei coscritti del re d’Egitto, dove meno l’aspetteremmo.

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