La tunica di Joseph – L’apoteosi di Giuseppe

Scritto da F. Bertoglio

Il 19 Dic 2012

La tunica di Joseph – L’apoteosi di Giuseppe

«Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo; egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone… Giuseppe rispose a Faraone: «Non io, Ma Dio darà la sua risposta per la pace di Faraone»… Il faraone disse a Giuseppe: «Ecco, io ti metto a capo di tutta la terra d’Egitto». Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro». Gn 41,14.16.41-42

Buffo come la vita di una persona sia scandita dagli abiti che porta, come l’attore che si mette in scena, di volta in volta, di rappresentazione in rappresentazione, indossando costumi via via diversi adattando se stesso fin nella carne a ruoli sempre nuovi. Per lo meno, questa è la sorte di chi, come Giuseppe, attraversa la vita portando il fardello oneroso della predilezione e dell’unicità, di chi si sente investito, appunto, di una qualche mirabile destinazione, come una freccia destinata oltre la siepe, là dove lo sguardo non sa andare. Non è così per tutti e ciascuno, forse? No. Ovvero, sì, in una certa misura, lo è per ciascun singolo cui prema d’esser se stesso e mal sopporta una veste per troppo tempo, perciò scalpita e freme finché non trova riposo inguainato in nuove vesti e allora s’accomoda e s’acconcia anche a portar pesanti fardelli in nome di quell’abito che lo mette in scena, che tosto poi viene in uggia finché quello che pareva un abito sontuoso si rivela un sudario e non perché la volontà prema per disfarsene, bensì perché esso stesso si disfa di noi, contraddicendoci, pressappoco come un abito troppo usato che proprio non vuole più saperne di essere indossato. Così non stupisce che abiti di donna si fossero prima o poi stancati di Giuseppe dopo averlo a lungo rivestito nella terra d’infanzia, tra le pecore e le tende paterne. Nemmeno sorprende che le vesti dello schiavo d’amore per quei genitori adottivi che l’avevano per primi accolto in terra d’Egitto si fossero alla fine disfatte di lui che pure le aveva indossate con fin troppo zelo, credendo fino in fondo alla parte che la storia gli aveva assegnata. D’altra parte, sia nel primo come nel secondo caso, lui non era quello che appariva e perciò quegli abiti gli si sfilavano di dosso fuggendo da lui come fosse appestato. E anche questo è sublime, vale a dire buffo e meraviglioso a un tempo: perché se Giuseppe proprio non riusciva a indossare quelle vesti in modo definitivamente convincente, pure, lui stesso non se ne rendeva conto, immedesimandosi nella parte che interpretava con straordinaria naturalezza. In lui c’era un qualcosa dell’artista consumato, della messa in scena e della dissimulazione così persuasiva da persuadere se stesso prima di tutto, come il mentitore incallito che infine crede ciecamente alle proprie fandonie. Beato dello sguardo paterno s’era acconciato a dissimulare i panni della moglie amata e perduta e sebbene l’esasperazione dei fratelli l’avesse crudelmente riportato alla realtà, lui ancora interpretava la parte della vittima innocente, del giusto senza macchia e colpa. A lui, infatti, tutto era perdonato e concesso in virtù di quello scambio, di quel suo mettere i panni di un altro. Scambio vantaggioso peraltro, visto che incassava la predilezione del padre. Una masticazione reciprocamente fruttuosa che lui aveva talmente ben appreso da rimetterla in scena nella casa del buon Potifar, eunuco di faraone, profittando delle sue debolezze in cambio dell’unico posto al sole, del privilegio che il padrone assegnava a quel figlio impossibile che la sorte benigna gli aveva mandato. I cori angelici ululano come lupi lassù nei chiarissimi cieli di Dio perché una simile sfacciataggine non s’era mai vista sotto i medesimi cieli: fingersi donna e moglie per blandire l’amarezza del padre è un peccato osceno verso se stessi, la natura e il buon senso; ma fingersi figlio e amante al tempo stesso supera ogni più fervida immaginazione angelica. Eppure, non era dal padre che Giuseppe aveva appreso quell’arte del camuffamento e della dissimulazione? Non era forse scritta nella carne e nel sangue? Se non nella carne e nel sangue, che non sanno mentire e sono forse indifferenti a se stessi, nell’immaginazione che faceva di Giuseppe un artista nato, capace di piegarsi come donna di piacere a qualsiasi desiderio. Non era forse, Giuseppe, uomo capace di farsi definire dal suo interlocutore, di intercettarne i desideri più riposti, le debolezze più recondite, i sogni più sublimi? Anzi, di diventare ed essere addirittura quei desideri, quelle debolezze, quei sogni, sino a dimenticare se stesso? E perché mai, poi, doveva obliare se stesso fino a tal punto, espandendosi senza ritegno dei propri limiti e di quelli altrui? Lo spirito dell’interpretazione che scrive per mia mano, qui, al dolce suono del cello che Bach stesso volle “solo”, prova strazio e pena infiniti per quest’uomo che oblia se stesso come meretrice di strada e infinita meraviglia per come le vie di Dio paiano follia allo sguardo dell’uomo. E, d’altra parte, trova un po’ di conforto nel vedere come lo stesso Potifar e sua moglie e persino i fratelli fossero giunti alla medesima conclusione: e cioè che “il troppo stroppia” anche per un figlio e che perciò occorreva porre un limite a quell’imbroglione, perché solo a Dio è concesso tutto e solo la sua saggezza è infinita e imperscrutabile. Non così quella dell’uomo che è definita dalla pelle e dalla carne e ha luoghi e tempi definiti dal “qui” e dal “là”. Perciò i vestiti sublimi della madre s’erano tramutati nei più modesti vestiti dello schiavo, sebbene in essi brillasse assai più di uno schiavo, quasi un figlio. E tuttavia assai meno di un amante. E perciò fu rivestito dei panni del carcere sotterraneo. Ma ora il prigioniero smetteva le vesti del coscritto del re per presentarsi dinanzi a Faraone, ed è la prima volta che mette da sé i suoi panni! Così infatti si dice: «egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone». E si dice anche: «Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro». Tra le vesti del carcere e gli abiti di lino finissimo sta Giuseppe il realista, lo scudiero del re, il riformatore della politica agricola del regno, il saggio consigliere della pace. Finalmente, vestito dei suoi propri panni, Giuseppe trova misura, distacco, prudenza, sapienza. Posso ora affermare senza tema di smentita che il narratore biblico s’è tradito, rivelando fin troppo grossolanamente la sua identità. Non è forse un maestro quello che impartisce lezioni ai giovani figli della classe dirigente, mostrando loro come si conquista l’arte del governo del Paese, superando gli egoismi familiari, le fantasie narcisistiche, il particulare odioso del privilegio, per assumere la guida del popolo con ragionevole distacco dalle proprie ambizioni, schivando le tentazioni di un osceno arrivismo, liberandosi dal provincialismo e da una concezione miope e piccina della propria personalità, riconoscendo se stessi mentre si riconosce la realtà come altra da sé? Non è questa una mirabile lezione di individuazione cui ciascuno è chiamato a favore di tutti? Essere se stessi per essere per gli altri e con gli altri, non sopra e contro di essi? E, tuttavia, il contrassegno della vicenda di Giuseppe non è l’unicità del posto al sole che disperatamente vuole per sé solo, proprio lui che non è mai stato riconosciuto per quello che era e che a tale disconoscimento s’era adattato fino a farne un’arte e un modus vivendi? Saprà riconoscere gli altri ora che finalmente riconosce se stesso come individuo unico, distinto e separato dagli altri; persino da Dio, da cui ora finalmente sa prendere le distanze, riconoscendolo come tale, distinto e separato da sé? Non ha forse impiegato una vita, Giuseppe, a riconoscere se stesso? Saprà ora riconoscere quelli che governa? Ma soprattutto, saprà riconoscere quei fratelli e quel padre di cui ora finalmente s’è “dimenticato”? Prima di proseguire attraverso la prossima tappa della vicenda, costituita dalla fratellanza, dal “noi”, dal ritorno della famiglia da lungo tempo gettata alle spalle, notiamo come il testo abbia impresso in noi l’idea del movimento del protagonista: Giuseppe si muove, continuamente, di tappa in tappa, di “qui” in “là”, mentre i fratelli sono statici, ancora catturati dal titano. Gravitano ancora in seno alla famiglia, ancora proni al padre che costituisce il loro intero mondo. Non è questa forse un’indicazione preziosa di cosa siano le vere prigioni che avviluppano coloro che, come il Siddharta orientale, soggiacciono a una concezione distorta della famiglia come “legame” e dunque “catena” che regala una falsa sicurezza, prima o poi smentita dalla realtà? Perciò il testo continua, conducendo i fratelli a Giuseppe. Timidi, impacciati, avvolti ancora dal manto del padre padrone, incontreranno un Giuseppe talmente diverso da non riconoscerlo. Non era questo il figlio del beduino del deserto? Non era forse il ragazzino borioso e odioso ch’essi un tempo avevano gettato nella cisterna? Il testo è magistrale: Giuseppe è irriconoscibile tanto ha vissuto, mentre loro sono ancora parenti, sempre identici a se stessi, ancora succubi del padre, prigionieri del loro provincialismo, della loro piccola concezione di sé, delle loro tradizioni familiari, del loro nanismo culturale. Eppure…

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