La tunica di Joseph – La paternità di Giacobbe

Scritto da F. Bertoglio

Il 06 Dic 2012

La tunica di Joseph – La paternità di Giacobbe

«Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro”. Gli rispose: “Eccomi!”. Gli disse: “Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie”. Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem». Gn 37,1s3s

Ho già dato conto più sopra delle tormentose vicende che intessono la figura del patriarca Giacobbe a quella del figlio Giuseppe e se ora ci torno sopra non è per pidocchiosa pedanteria che ama ripetere se stessa fino allo sfinimento, come se lo spirito dell’interpretazione che io incarno qui, affacciato sullo splendido mare di Camogli, ospite della squisita cura degli affetti, seduto comodamente alla scrivania di noce su cui sono disposti in ragionato disordine libri e oggetti cari, bagnata dalla vivida luce mediterranea del golfo di Genova, non sappia far altro che rintoccare gli stessi rintocchi sopraffacendo la propria voce quando ancora non è spenta l’eco dei precedenti. Certo, in tutto c’è ripetitività, come avviene quando il sole sorge all’alba di un giorno che è nuovo e bensì ripete un ciclo già visto cosicché chi dicesse “orsù, ancora” senza provare un certo fastidio e tedio sarebbe solo uno sciocco o un ipocrita. D’altra parte, così è la vita. In se stessa unica e assolutamente nuova, è però anche stolidamente ripetitiva e banale. Perciò ho detto più sopra: «non è per pidocchiosa pedanteria» che ripeto il medesimo gesto, come per scusarmi in anticipo della banalità che intesse, peraltro, le vite di tutti. E però lo spirito dell’interpretazione non è in sé uno spirito ripetitivo. Esso torna sui suoi giri come il sole per attestare a se stesso d’esser capace d’una novità finora nascosta nella ripetitività, come la chimera nello specchio. E perciò dirò francamente che in questo dire di Giacobbe che noi ripetiamo c’è qualcosa di nuovo che prima non avevamo visto ed era sfuggito allo sguardo e che non riguarda più soltanto l’amore del figlio per la madre, né solamente quello della madre per il figlio o quello del figlio per il padre, bensì s’insinua nella personalità del padre in se stesso, come una piccozza nel ghiaccio, e lo spezza, mostrandola in tutta la sua stupefacente fragilità. E come avvenne in occasione del padre e del figlio, di cui dissi che la luce del versetto riposava tutta sul particolare materiale della splendida veste con cui il padre rivestiva il figlio con le sembianze della moglie, qui dirò che ancora m’inquieta il dettaglio del bestiame di cui il patriarca vuole che il figlio riferisca. Al lettore non può sfuggire, infatti, che le bestie hanno cure più che sufficienti, poiché tutti i fratelli sono a pascolarle e non c’è davvero bisogno che Giuseppe se ne preoccupi ulteriormente. Non è perciò la cura del bestiame che inquieta l’animo di Giacobbe. Piuttosto, si tratta di una scusa mal apparecchiata con cui il patriarca allontana da sé il figlio diletto, quello che pochi versetti prima aveva mostrato di poterlo surclassare proprio su quel terreno onirico in cui il patriarca aveva da sempre esibito somma maestria e che ora vacillava paurosamente di fronte all’ostentazione del giovane che Giacobbe, arrovellandosi, “teneva in mente”.

Che tale rovello fosse ben saldo nella mente del padre risulta chiaro non appena osservo come il padre debba ostentatamente ribadire per ben tre volte la propria volontà in due soli versetti. In tre secche disposizioni – «Vieni, ti voglio mandare», «va’ a vedere, poi torna a darmi notizie», «lo fece partire» – il padre percorre l’intero periplo delle vicende che si appresta a far compiere al figlio. In questo «vieni», «va’» «parti» e «torna», sta tutta la strategia e l’immagine di padre padrone che il patriarca ha di se stesso. E non sono cura e premura, bensì una soffocante concezione di sé che dispone della vita del figlio a tal punto da esporlo a un rischio mortale pur di essere adempiuta, mentre ribadisce al figlio la sua posizione declassandolo da diletto confidente a guardiano del gregge. Come se il padre dicesse a se stesso e al figlio: «non sarai certo tu che mi batterai sul mio stesso terreno scalzandomi da quel posto che io stesso ho conquistato con ogni mezzo, inganno e raggiro a danno di mio fratello Esaù, gabbando mio padre, accettando ogni servaggio materno pur di goderne»! Questo è l’animo con cui Giacobbe dispone che il figlio vada tra i fratelli, pur sapendo che essi lo odiano. Un tale dissimulato malanimo è un orrore, certamente, e lo spirito dell’interpretazione indietreggia stupito e quasi sgomento di sé, per ciò che ha saputo trovare nel cuore del padre, certo che l’Onnipotente ne saprà avere pietà, visto che sta scritto nel Suo libro. E comunque io ne ho pietà. Perché una tale miseria 1 d’animo ha radici profonde, distillate dal rancore materno, dal morboso sentimento di sé che prima o poi deve provare un uomo che ha accettato tutto, supino, per amor della madre e di sé, pur di afferrare l’unico posto al sole e di esserne ora all’altezza. D’altra parte, io, lo spirito dell’interpretazione, che sta comodamente seduto alla scrivania alle dolci luci del tramonto, scrivo per questo: per provare pietà e orrore insieme, volendo far prevalere la prima sul secondo, perché lo scritto contiene tutta la vita e la squaderna al lettore, componendola e mostrandola in tutta la sua miseria e grandezza e, perciò, finalmente, la ama senza che nulla vada perso. So bene che uno scritto non vale uno sguardo, e perciò non mi monto la testa inorgogliendomi, mostrando una superiorità che non ho sulla vita. E tuttavia, di questa mi approprio e la rimescolo, di modo che di me, propriamente, si dovrebbe dire solo alla prima persona: “Io sono”. E tanto basti. Chi sia il “tu”, non voglio dirlo, se non che scrive alla luce dorata del Mediterraneo e narra di una storia antica e terribile, per amore e somma edificazione, come è giusto che sia trattandosi di una storia religiosa il cui soggetto non può non esser Dio, sebbene non parli che di miserie umane. Che siano tali lo dicono i fatti del testo: ricordiamoli bene per poter proseguire e tentare il colpo decisivo che ci conduca fuor dalla melma a contemplar Dio, come si conviene al lettore di un testo che è sacro e che dunque non può esser così sprovveduto da raccontar solo storie tristi, ma, insieme a quelle, frammischiato come acqua alla sabbia, il fango della redenzione, che altro non è che la luce che splende su tutto e in tutto, il bene come il male dell’uomo, e, come tale, innamora e ama.

Alla domanda: «Che cerchi?» che uno sconosciuto gli rivolge in aperta campagna (Gn 37, 15-16), Giuseppe risponde: «Cerco i miei fratelli». La risposta arriva prontamente, è vero, e certo risuona in essa un’ovvietà: Giuseppe ha certamente dei fratelli e si trova appunto in aperta campagna per recarsi da loro secondo una precisa richiesta del padre, Giacobbe. Tuttavia, il legame presupposto dalla risposta appare troppo ovvio per essere così scontato e il lettore che abbia prestato attenzione all’antefatto non può non rimanere perplesso. In effetti, più che a un legame pieno e goduto, sembra che il passo si riferisca a un rapporto solo alluso e forse già irrimediabilmente compromesso. I fratelli di cui Giuseppe è in cerca, infatti, sono amareggiati con lui (Gn 37, 4.5.8.11), esasperati a tal punto da trasformarsi in bestie feroci (Gn 37, 33). Non è dunque un legame ovvio e scontato quello che la Scrittura descrive, bensì una relazione oscura e feroce tratteggiata in termini piuttosto realistici e disincantati, un vincolo già dato e tuttavia perduto e da ricercare nuovamente. Non sorprende, in effetti, che la Scrittura tratteggi in tal modo il legame fraterno. In esso si celano paurose cadute e devastanti tragedie, come ben sa il lettore di Gn 4,1-16, la storia paradigmatica di Caino e Abele che qui ritrova attualità sondandone tutta la complessità in una rilettura che compone un vero e proprio poemetto dedicato al legame fraterno in seno alla Bibbia. E tuttavia la nostra attenzione ancora si deve soffermare su un particolare significativo della narrazione per cogliere appieno i protagonisti del dramma. Se il fuoco del passo è tutto su Giuseppe e se il padre è il mandante del suo viaggio alla ricerca dei fratelli ormai imbestialiti, un altro protagonista si fa strada tra le righe: un uomo domanda l’essenziale: «Che cerchi?». Un uomo che viene dal nulla incontro a Giuseppe e lo interroga sulle sue reali intenzioni, ne sollecita la coscienza a riconoscere e determinare l’oggetto della ricerca, togliendolo dalla sua indeterminatezza. In due soli versetti la scrittura squaderna il dramma di una relazione ovvia ma non goduta, indeterminata fino ad essere sbiadita sullo sfondo della coscienza dell’eroe protagonista. Un ruolo, questo, che il testo assegna a un angelo, una guida i cui tratti risultano molesti e scortesi, perfino inopportuni. E, in effetti, il ruolo ingrato della guida è appunto quello di condurre il giovane Giuseppe a riconoscere nel legame fraterno spezzato qualcosa di decisivo per sé. Un ruolo di cui Giuseppe ha bisogno. Di qui le tinte fosche del passo: c’è ormai bisogno di una guida per ritrovare quello che non si sarebbe mai dovuto perdere. Una guida che, nella magistrale lettura di Mann, non indulge in facili discorsi consolatori, bensì critica perfino il legame paterno tratteggiando l’identità di Giacobbe in modo grottesco affinché il figlio prediletto ritrovi col proprio aiuto la “giusta via” e possa giungere alla meta. Ciò che è in questione, qui, dunque, è anche il legame che il figlio intrattiene col padre, in una sorta di midrash della relazione di Abele con Adamo. Un padre che non esita a mandare il figlio presso i fratelli pur sapendo che essi lo odiano. Il lettore di Gn 4 non può che trasalire: l’odio è sentimento che prelude all’omicidio. Perché mai Giacobbe vorrebbe in cuor suo una tale tragedia? Così, in due soli versetti il dramma è tratteggiato con suprema maestria. Tutti gli elementi sono posti in essere: un padre inquieto, un figlio prediletto, dei fratelli imbestialiti, una guida accorta. Non resta che tirare le fila e mostrare come persino il prediletto arrogante e presuntuoso possa essere convertito alla volontà di Dio.

Un figlio dice al padre e ai fratelli, con leggiadra arroganza, come sia profondamente instillato nel suo animo il voler prevalere su tutti, genitori compresi2; e a nulla valgono i dolori e i dispiaceri di quelli perché l’eletto prevalga. Così che il giovane s’attira malcelato rancore fraterno e stizza paterne finché il genitore si decide a porre un freno alle sue mire. Un freno tardivo e ipocrita, perché il padre avrebbe dovuto frenare ben prima se stesso e lo sconsiderato affetto con cui nutriva lo smisurato sentimento di sé del figlio. Ma un freno ci fu, e fu quasi mortale: un miscuglio di odio e timore per la smaccata predilezione paterna attendeva Giuseppe in campagna perché fosse divorato da quella bestia feroce che lui e il padre avevano scatenato nei fratelli e a cui essi erano soggiaciuti, dando finalmente sfogo per un breve e terribile istante alle lunghe frustrazioni subite, volendo ristabilire la giustizia di rapporti almeno pari. Lo spirito dell’interpretazione vuole essere equo e riportare alla luce quella verità che giace sepolta nel profondo, dove chetamente essa solitamente riposa: non furono i fratelli ad attentare alla vita di Giuseppe, bensì il padre, turbato dalla pretesa del figlio di dominare i fratelli e lui stesso. Fu Giacobbe a mandare il figlio in campagna, dove i fratelli lividi d’odio avrebbero potuto dargli una lezione esemplare seguendo il copione di un altro fratello, Caino, che fece scempio di Abele nell’impeto d’odio. Così Giacobbe: un padre così pieno di sé da non tollerare un altro se stesso, disposto a tutto pur di conservare il privilegio della propria sovrana volontà sugli altri, fosse pure a perder la vita del figlio. A questo giunge il disperato amor di sé che egli ha appreso dai sotterfugi della madre e dalla cecità del padre, senza sapersi mai sottrarre a una tale miseria, bensì reiterandola e celebrandola nella convinzione che potesse consolidare un diritto attribuito a sé solo. Perciò disse al figlio diletto: «vieni, voglio mandarti in campagna» dove altri Caino attendevano di gettarlo nella fossa esasperati dalla lunga complicità di padre e figlio. Ma che dovesse essere il figlio a pagare al posto suo, Giacobbe non lo disse a se stesso, convinto di poter fare dopo il trenta anche trentuno senza pagar dazio. Sicurezza di sé, sprezzo del pericolo, disprezzo per la vita altrui, presunzione ed arroganza; questi erano i sentimenti che la maleducazione aveva instillato quotidianamente in lui e che lui aveva accettato come il giusto prezzo da pagare per il primato. Per questo il capitolo si conclude con un Giacobbe piangente in disperata contemplazione delle vesti lacerate del figlio e sempre più solo, circondato dal colpevole livore dei figli che l’amano e lo temono senza sapersi liberare di lui.

Lo spirito dell’interpretazione che io incarno seduto comodamente alla luce crepuscolare della morbida riviera smentirebbe se stesso se non mantenesse la promessa di veder Dio in tutto questo bailamme di sentimenti. Tuttavia esso vuole ancora un poco indugiare sul come quel nulla si sia prodotto materialmente, posto che c’era già tutto nelle relazioni di questa tormentata famiglia.
Il giorno che Giuseppe trovò i fratelli in campagna «Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». Ma Ruben sentì e, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: “Non togliamogli la vita”. Poi disse loro: “Non spargete il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano”: egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero a mangiar pane». Il testo va letto di fretta, con giusta concitazione e passo militaresco in un climax in crescendo che poi riposa sull’ultima terribile frase: «Poi sedettero a mangiar pane». Coloro che sono stati da gran tempo trattati come cose inerti, finiscono per trattare il fratello come cosa e merce di scambio. L’esacerbato spirito dei fratelli macchina la punizione paterna. Poiché, però, non è il padre a eseguirla, ma i figli, essi temono per sé, ben consapevoli del proprio servaggio al patriarca. Ridotti a manovalanza del crimine, senza nemmeno aver consapevolezza d’esser ispirati dal genitore, verso il quale altrimenti ben prima avrebbero levato vibrate proteste, questi ultimi della terra si fanno strumento e cosa nelle mani del padre, dissimulando come quello i propri atti. Non del tutto però: il testo mette in bocca agli sventurati il senso delle proprie azioni e l’implicita sentenza che essi emettono sull’operato del genitore: «diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato”». Che l’arroganza del padre e del figlio li abbia ridotti a bestie sono loro stessi a dirlo, senza peraltro avvedersi del proprio servaggio, senza mai osare mettere in chiaro i propri sentimenti, senza mai dire a se stessi: “noi siamo ben altro che scarto e ripiego”, o “come ci siamo lasciati ridurre a bestie”, che sarebbe parola ben più sincera detta a se stessi! A questa penosa inconsapevolezza di sé il padre li aveva ridotti con la loro complicità. E come servi mandarono le vesti insanguinate del giovane figlio a Giacobbe perché riconoscesse il proprio crimine, ma dissimulando, così da poter ritornare da lui ed essere ancora amati. Io posso scusare questo crimine compiuto per disperato amore verso il padre; questo crimine maldestro e miserabile che nemmeno riescono a compiere del tutto. Decisi a trucidare Giuseppe, infatti, i fratelli non riuscirono a commettere il proprio delitto. Non riuscirono neppure a vendere il giovane alla carovana di ismaeliti che passava ad abbeverare le bestie (non sono i fratelli, infatti, a venderlo, nonostante l’edizione Cei ancora lo sostenga sin nel titoletto). Il giovane svanì sotto i loro occhi mentr’essi mangiavano pane: ciechi alla realtà e a se stessi, a questo si erano fatti ridurre dalla tracotanza paterna. Il disamore, la sine cura, il malcelato disprezzo cui erano soggiaciuti avevano a tal punto plasmato i loro animi da renderli ciechi e insensibili. Se il crimine che essi compiono per esacerbato amore filiale posso scusarlo, dicevo, non posso scusare il crimine che essi hanno compiuto verso se stessi, la complicità che hanno offerto al padre padrone che come titano divora i propri figli. E se lo scuso, provoca in me un’infinita pietà verso gli ultimi, verso coloro che a tal punto sono stati colpiti dalla sventura da non avere che un’anima ridotta a metà, inconsapevole di sé. D’altra parte non è proprio dello spirito dell’interpretazione scusare e assolvere, a lui basti soltanto riconoscere il testo. E questo dice per bocca loro e del padre: «Una bestia feroce l’ha divorato», smascherandone l’assoluta cecità d’animo.

Cos’è dunque questa fame di cui ho già parlato? Credo ora di poterne dire un pochino di più e più chiaramente. La fame bestiale sta tutta in questo attribuire ad altri ciò che pure i protagonisti fanno, svuotandosi di sé, inconsapevoli delle proprie azioni, allontanandole da sé come se pesassero. Questa è la luce del testo, il suo dire sovrano del bene e del male, senza omettere nulla delle miserie dell’uomo, amandolo così com’è perché non sa quello che fa. In questo ritrarsi del testo, in questo suo toglier veli sta tutto l’amore di Dio, il suo sguardo sulle umane vicende, la sua amorevole cura, che lo spirito dell’interpretazione vuol porgere al lettore per sua edificazione e salvezza. Eppure anche Dio ha dovuto fare i conti con la smisurata tracotanza dell’eletto, con il suo volgere il bene in male, distorcendo la Sua divina volontà d’amore per affermare il proprio privilegio d’esser Unico. Amato da Dio che gli invia sogni sublimi nei quali i fratelli e il padre s’inchinano a lui, il giovane Giuseppe, l’eletto, si lamenta nella fossa mentre i fratelli s’inchinano; ma per somma ironia lui giace, per ora, sotto di essi. Una esile speranza trae il giovane dalla fossa, rendendolo schiavo d’Egitto perché impari a servire quei fratelli cui tanti torti aveva inflitto, complice delle miserie paterne. Il ponte delle possibilità è gettato davanti a coloro che, come Abramo, lascino alle spalle la casa del padre per vivere una vita propria, dissodando così se stessi con le proprie mani, liberandosi dai ceppi d’un insincero amore. E tuttavia Giuseppe, ormai libero da un padre padrone che non rivedrà più per quarant’anni, porta in seno una madre la cui morte ha lasciato tracce profonde e ancora non viste, come si vedrà nel prossimo capitolo della saga, quando a Giuseppe parrà di poter toccare con mano colei che l’ha generato nelle sembianze della nobile moglie dell’eunuco, Potifar, gran consigliere di faraone.

Riepilogo la scena per vederla dall’alto, come in volo: dopo che Giuseppe viene gettato nella fossa dai fratelli e venduto dai mercanti madianiti come schiavo in Egitto, le sue vesti sporche di sangue di capra vengono riconsegnate al padre dai fratelli, dissimulando il proprio delitto. Attribuendo alla fiera la masticazione omicida, lo stesso Giacobbe denuncia se stesso, dissimulando però una volta ancora la propria famelica colpa, tanto ottusa è l’inconsapevolezza che ha di sé e delle proprie responsabilità. Non posso non riconoscere la straordinaria capacità narrativa di Genesi: ciascuno dei protagonisti interpreta inconsapevolmente se stesso attribuendo ad altri la propria volontà. Giuseppe, un ragazzino acerbo e arrogante si dice convinto d’essere “la bocca di Dio” cui tutti i familiari debbono soggiacere, dissimulando la sua paura che non ci sia posto che per uno solo, lui, l’eletto. I fratelli diranno poi che “una belva feroce” ha sbranato Giuseppe nel momento in cui s’apprestano a divorarlo con le proprie mani, dissimulando il proprio dolore d’essere tutti insieme cosa amorfa nelle mani del padre titanico. Il padre Giacobbe sentenzia che “una belva feroce” ha dissolto suo figlio per non ammettere d’esser lui il responsabile della tragedia che s’è compiuta giorno per giorno sotto i suoi occhi. Se poi alzo lo sguardo sul complesso narrativo di Genesi scopro che mentre i fratelli siedono a mangiar pane (ancora la fame legata al pozzo, alla vita, all’amore, alla morte) accanto al pozzo in cui hanno gettato Giuseppe, il testo ritorna esemplarmente su di sé citando gli eredi di Ismaele (Gn 37,25-28), il figlio abbandonato di Abramo. Come a dire: ciò che è stato rimosso come cosa ritorna, affinché coloro che l’hanno gettato da parte come cosa scartata vivano la stessa esperienza così che torni alla luce e illumini le loro vite. Giuseppe prende la strada del deserto, come molti anni prima di lui il reietto Ismaele, condividendone il destino, perché nessuno possa dirsi unico senza dirsi fratello. Una geniale costruzione narrativa che rivela maestria nel disporre il materiale e una scelta di campo a favore della luce e dell’azione. È infatti il condividere realmente lo stesso destino che insegnerà a Giuseppe a riconoscere il dolore di Ismaele che il patriarca Abramo non volle né vedere né dire, bensì nascose sotto un velo di eroiche menzogne. Ma perché ciò accada anche il dolore contenuto nei suoi sogni giovanili dovrà venire alla luce e ritornare a suo tempo.

Consegnata alle mani degli uomini, alle loro dissimulazioni, alle loro paure, alle loro vigliaccherie, la storia somiglia a un caos feroce, in cui tutti lottano contro tutti nella selvaggia lotta per la sopravvivenza della propria personalità a qualsiasi prezzo, finché non si riconosca a se stessi innanzitutto che nessuno è insostituibile e necessario e che l’unico figlio di Eva che noi si possa mai essere è Set, il sostituto, l’unico la cui discendenza varcherà la soglia del diluvio, l’unico di cui tutti noi siamo figli. Il suo fallimento, il dolore della storia, sta in ciò: che essa è governata dalla malattia della parola per la quale non solo le relazioni fra gli uomini risultano insincere, ma anche la relazione che ciascuno ha con sé è intrisa di menzogna per la quale il singolo coltiva una rappresentazione teatrale e irrealistica di sé come unico. In tal modo la scrittura evoca l’unico ponte delle possibilità per ciascuno di noi: la vita è eterna (olam, piena) e degna di essere vissuta solo se riconosciamo anche ad altri e non solo a noi stessi la possibilità e il dovere di vivere, individuandoci e cogliendone in pieno il rischio e il dovere di lottare contro il nostro disperato amor di sé che ci vuole unici e indispensabili, mentre tutt’al più siamo singoli e sostituibili. Vivere, infatti, non è una necessità sebbene noi si sia disposti a tutto pur di non ammetterlo nemmeno a noi stessi. Eppure questa ammissione è la nostra unica salvezza perché la vita assuma proporzioni e limiti squisitamente umani e non sia vissuta con una fame divorante che alla fine ci travolge in un sogno eroico che dovrebbe ora apparire finalmente come un incubo.

Nota 1 – Il termine è usato, qui e in tutte le ricorrenze successive, come sinonimo di uomo come essere fragile ed esposto alla sventura, senza alcuna connotazione moralistica.

Nota 2 – «Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: «Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?». I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui, mentre il padre tenne per sé la cosa». (Gn 37,5-11)

Per seguire l’intero svolgimento della narrazione segui il tag: La tunica di Joseph

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