La tunica di Joseph – La bocca di Dio

Scritto da F. Bertoglio

Il 05 Dic 2012

La tunica di Joseph – La bocca di Dio

«Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancora di più. Disse dunque loro: «Ascoltate il sogno che ho fatto. Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio». Gli dissero i suoi fratelli: «Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?». Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole». (Gn 37,5-8)

Che il giovane diciassettenne godesse di quel tipico bell’aspetto che offre talvolta la gioventù è cosa nota. Che insieme a questo, tuttavia, possedesse un’invidiabile lingua biforcuta, meno. D’altra parte, non è arte luciferina quella che intende se stessa in cima alla piramide senza il parere degli altri? Anzi, sbattendoglielo francamente in faccia come cosa ovvia e risaputa, un dato di fatto cui semplicemente soggiacere? Par di vederlo, il giovane figlio di Giacobbe, in mezzo al cerchio dei fratelli: dalla sua tenera boccuccia a punta suole dire «Io sono la bocca di Dio, ascoltate che sogno che ho fatto! Voi state lì, supini, genuflessi davanti a me. E tanto vi basti, ragazzi miei». Così sragionava riempiendosi la bocca di quel veleno che solo lui non vedeva, per affermare se stesso in cima a quella torre di Babele che era il suo cuore. Va detto, a onor del vero, che se i fratelli stringono i pugni e a stento frenano le sberle, nella loro brutale incredulità circa siffatte promesse divine non fingono un affetto che non hanno, bensì apertamente lo odiano. Ma anche questo non basta all’eletto per frenare la lingua, moderare i toni, mettere un po’ di sale in zucca e ravvedersi per tempo. Anzi! Di lì a poco convoca il sole, la luna e ben undici stelle perché supine lo adorino. E intanto indossa tutto impettito la veste che fu di sua madre. Così che se lui dice: «Io sono la bocca di Dio», quella riprende: «Rachele era bella di forme e avvenente d’aspetto». Che miracolo divino! Anzi, satanico. Perché c’è da scommettere che lui, l’angelo della morte, ora schiocca la lingua dicendo a se stesso: «è fatta!». In tal modo i due sono uno e quella che non è più, ancora vive palpitante in quell’uno che l’ospita come un castello il classico scatenacciare di un fantasma. Maschio e femmina insieme in una sola carne. Madre e figlio non più separati e divisi, distinti nella carne e nel tempo, bensì uno e un solo corpo che ora recita un duetto. Povero ragazzo! Lo spirito dell’interpretazione che io incarno, qui, esposto alla dorata luce del sole rivierasco, ammirando i flutti blu profondo che s’infrangono incessanti sulla riva spumeggiando la propria inflessibile volontà di tornare e ritornare a perdersi sulla rena del mare, sorride malinconico di una tal ingenuità, perché pare, a lui, di ricordare un tempo lontano in cui dal dolore sapeva trarre un amore più grande e magnifico, ingannando se stesso per non vedere e non sentire. Perché anche lui, lo spirito dell’interpretazione, ha avuto la sua giovanile ostinazione unita all’inconsapevole cecità di chi sa vedere solo se stesso, così tipica dei giovani. E anche lui è stato divorato da quell’amore tipico dei figli, testardo e senza misura, come chi sente di possedere un’energia infinita e dunque l’offre come nutrimento per la fame altrui, senza rendersi conto pienamente del servaggio a cui s’assoggetta. Così che, ammettiamolo francamente, lo spirito dell’interpretazione è stato anche banale copia e ripetizione per poter essere quello che è, innalzandosi sulle nanesche spalle della copia ritenendo illusoriamente di giganteggiare ora nei più solenni panni dell’interprete.

Così, Giuseppe pareva copia perfetta di quella madre che Giacobbe poteva quasi vedere in lui e ripetizione dello sguardo malinconico del vedovo. E d’altra parte non è così per tutti, quando la mamma dolcemente s’intrattiene col figlio sibilandogli all’orecchio: «Sei uguale a tuo padre»? O quello alla figlia, soavemente: «Mi par di vedere tua madre» e, mentendo a se stesso, aggiunge quanto la figlia la sopravanzi in bellezza? Così che il figlio sia anche padre e la figlia madre ad un tempo, garantendo così nientemeno quel patrimonio che i più sprovveduti tra gli uomini chiamano “familiare” mentre si tratta di una vita eterna fatta in casa dalle manine dei genitori, senza ch’essi s’avvedano del carico da novanta che pongono sulle giovani spalle dei figli? E tuttavia i genitori non sono così malaccorti da scaraventarlo tutto d’un botto sulle esili spalle. No. È l’ovvio che nutre col latte materno e lo sguardo del padre che s’insinua giorno per giorno in quella estensione di sé che ciascuno chiama “figlio” e che significa nientemeno che “un altro me stesso”, una traccia, la mia. E tanto basti. Ma che prima o poi suona: “una copia e una ripetizione”. Di chi e di che, per il giovane Giuseppe, che la madre a stento l’aveva vista? La madre, infatti, era per lui lo sguardo paterno perduto nel vuoto, il ricordo malinconico ch’egli serbava nel cuore, in una parola: la veste sontuosa con cui il padre vestiva il figlio di quel lutto che avrebbe dovuto esser solo suo e che ora finalmente era anche fuori di sé, alienato nel figlio, per sgravare Giacobbe da quel peso che non sapeva portare in alcun modo se non caricandolo sulle spalle altrui. Così che la madre era, in definitiva, solo quel padre che, senza avvedersene, titanicamente occupava l’intero orizzonte del giovane, interamente soggiogandolo a sé, rivestendolo di quella veste, proprio la stessa, che un tempo era appartenuta a Rachele. Che questo servaggio imposto al figlio fosse il pegno di una morte mai digerita e che il fantasma di lei aleggiasse sull’intera famiglia, assoggettandola al dolore del padre, ora, finalmente, è cosa chiara per noi che leggiamo, eppure ignota a quelli che ci sguazzano dentro come pesciolini nell’acqua. Tanta è la potenza dell’ovvio che imprigiona gli animi finché non sia riconosciuta in tutta la sua devastante banalità.

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