La Sacra di San Michele

Scritto da F. Bertoglio

Il 02 Mag 2013

L’elemento peculiare della Sacra di San Michele è la sua posizione alla sommità del monte Pirchiriano, uno sperone roccioso appartenente al gruppo del Rocciavré nelle Alpi Cozie (alt. 962 metri s.l.m.). Pirchiriano è il nome antichissimo del monte, forma elegante di Porcarianus o monte dei Porci, analogamente ai vicini Caprasio, o monte delle Capre, e Musinè o monte degli Asini. Il monte vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.c. quando le Alpi Cozie diventano Provincia Romana, il luogo, data la sua posizione strategica, viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare, “castrum”. Dal 569 d.c. i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie. E’ in questo periodo che in Valle di Susa vengono erette le famose “Chiuse dei Longobardi”. Questi innalzarono muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassarono per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi. Nel 773 d.c. questi ultimi, vincitori della battaglia delle Chiuse, conquistano la zona e vi rimangono fino all’888 d.c., anno in cui i Saraceni invadono le Alpi occidentali ed esercitano il loro dominio per un’ottantina di anni.

La Sacra di San Michele: i Benedettini

Sul finire del X secolo San Giovanni Vincenzo, un discepolo di San Romualdo, inizia quassù la vita eremitica. La scelta del luogo è certamente condizionata dall’imponenza, dalla predisposizione al sacro del monte Pirchiriano e dalla preesistenza di una colonia eremitica sul monte Caprasio. Alle soglie dell’anno mille irrompe, in quest’eremo di Giovanni Vincenzo, un personaggio che cerca redenzione da un discutibile passato: è il conte Ugo (Ugone) di Montboissier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, recatosi a Roma per chiedere indulgenza a Papa Silvestro II. Questi, a titolo di penitenza, gli concede di scegliere fra un esilio di 7 anni e l’impresa di costruire un’abbazia. Siamo negli anni 983-987 quando inizia l’edificazione del monastero, affidato poi a cinque monaci benedettini.
Tramite l’iniziativa di Ugo di Montboissier e il sistematico reclutamento di abati e monaci in Alvernia, sul Pirchiriano si sviluppa un punto di sosta per pellegrini di alto livello sociale, quasi un centro culturale internazionale. L’ambizione autonomistica è viva fin dall’inizio della storia del monastero, preoccupato di sottrarsi alla giurisdizione dei vescovi di Torino: in particolare nel secolo XI i monaci, con il loro più famoso abate Benedetto II, si schierano decisamente in favore della riforma centralistica romana. Ottenuta presto l’autonomia e l’indipendenza dall’autorità temporale e da quella del vescovo, l’abbazia, grazie ad un’ampia e intensa ospitalità, può favorire gli scambi non solo di ordine pratico ma di profondo significato spirituale, che contribuiscono a creare il patrimonio comune di una grande civiltà religiosa. È in questo periodo che la Sacra estende i propri possedimenti in Italia e in Europa, sui quali esercita diritti spirituali, amministrativi, civili e penali. Dagli inizi fin verso la prima metà del 1300 il monastero vive la sua stagione più favorevole sotto la guida degli abati benedettini, alla quale segue mezzo secolo di decadenza. Nel 1379 il malgoverno dell’abate Pietro di Fongeret, induce Amedeo VI di Savoia (il conte Verde) a chiedere alla Santa Sede l’abolizione della figura dell’abate monaco, cui si sostituisce quella del commendatario. Con la nomina dei commendatari incomincia l’agonia del monastero: dal 1381 al 1622 i monaci furono governati da priori, mentre gli abati commendatari, sempre lontani dal monastero, ne godevano le rendite. Uno di essi, il cardinale Maurizio di Savoia, nel 1622 convinse Papa Gregorio XV a sopprimere il monastero, abitato ormai soltanto da tre monaci.
Le rendite che servivano al mantenimento dei monaci furono destinate alla costruzione della Collegiata dei Canonici di Giaveno, i quali successero agli scomparsi monaci negli obblighi verso il monastero: a loro appartenne la cura e il servizio del Santuario fino al 1629. Così ebbe fine il potente ordine benedettino della Chiusa, dopo una vita di più di seicento anni.

I Padri Rosminiani e gli Ascritti

Dopo seicento anni di vita benedettina, la Sacra resta quasi abbandonata per oltre due secoli! Nel 1836 Re Carlo Alberto di Savoia, desideroso di far risorgere il monumento che era stato l’onore della Chiesa piemontese e del suo casato, pensò di collocare, stabile, una congregazione religiosa. Offre l’opera ad Antonio Rosmini, giovane fondatore dell’Istituto della Carità, che l’accetta, trovandola conforme allo spirito della sua congregazione. Papa Gregorio XVI, con Breve dell’agosto 1836, nomina i Rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali. Contemporaneamente, il re affida loro in custodia le salme di ventiquattro reali di casa Savoia, traslate dal Duomo di Torino, ora tumulate in santuario entro pesanti sarcofagi di pietra. La scelta di questa antica abbazia evidenzia la prospettiva della spiritualità di Antonio Rosmini che, negli scritti Ascetici, richiama costantemente ai suoi religiosi la priorità della vita contemplativa, quale fonte ed alimento che dà senso e sapore ad ogni attività esterna: nella vita attiva il consacrato entra solo dietro chiamata della provvidenza e tutte le opere, in qualsiasi luogo o tempo, sono per lui buone se lo perfezionano nella carità di Dio. I padri Rosminiani restano alla Sacra anche dopo la legge dell’incameramento dei beni ecclesiastici del 1867 che spogliava la comunità religiosa dei pochi averi necessari per un dignitoso sostentamento e un minimo di manutenzione all’edificio. Essi vi sono tuttora, mentre le mura sacrensi echeggiano d’un insolito fervore di iniziative, favorito dalla visita del Santo Padre Giovanni Paolo II (14/7/1991), promosso e confortato dalla presenza dei collaboratori e di tanti volontari, sostenuto da enti pubblici e privati, soprattutto dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”. Accanto ai Padri Rosminiani opera da qualche anno un gruppo di Ascritti rosminiani. Chi sono? Sono anch’essi membri effettivi dell’Istituto della Carità, la Congregazione religiosa fondata da Antonio Rosmini sul monte Calvario di Domodossola nel 1828. Pur non avendo i voti di povertà castità e obbedienza, essi chiedono di unirsi alla Congregazione spiritualmente, partecipando alla comunione dei beni spirituali. L’ascrizione riunisce quindi cristiani, sacerdoti, chierici e laici, che, vivendo nel mondo, desiderano conseguire la perfezione cristiana in comunione spirituale con l’Istituto della Carità. Rosmini, nel libro delle Costituzioni, presenta l’ascrizione come una fratellanza che si stabilisce tra i membri consacrati e gli ascritti per aiutarsi scambievolmente nella propria santificazione e nell’esercizio delle opere di carità. Identico è lo scopo: la perfezione cristiana mediante la carità evangelica vissuta in tutta la sua estensione. Il gruppo di ascritti della Sacra si ritrova ogni terzo sabato del mese per approfondire la spiritualità rosminiana e per la celebrazione dell’Eucarestia.

La reggia di Venaria

La reggia di Venaria Reale (in piemontese ël Castel ‘dla Venarìa) è una delle maggiori residenze sabaude in Piemonte. Probabilmente la più grande per dimensioni. La reggia di Venarìa fu progettata e costruita in pochi anni (1658 – 1679) su progetto dell’architetto Amedeo di Castellamonte. A commissionarla fu il duca Carlo Emanuele II che intendeva farne la base per le battute di caccia nella brughiera collinare torinese. Lo stesso nome in lingua latina della reggia, Venatio Regia, viene fatto derivare dal termine reggia venatoria. L’insieme dei corpi di fabbrica che costituiscono il complesso, enorme se si considera l’estensione (80.000 m² di piano calpestabile), include il parco ed il borgo storico di Venaria, costruiti in modo da formare una sorta di collare che rievoca direttamente la Santissima Annunziata, simbolo della casa sabauda. Al borgo si unirono molte case e palazzi di lavoratori e normali cittadini che vollero abitare nei dintorni della Reggia, fino a far diventare Venaria Reale un comune autonomo della provincia di Torino. La scelta del sito fu favorita dalla vicinanza degli estesi boschi detti del Gran Paese, ricchissimi di selvaggina: un territorio che si estende per un centinaio di chilometri fino alle montagne alpine, giungendo a sud e a est in prossimità del capoluogo.

Storia

Probabilmente l’idea di creare una reggia a Venaria nacque da Carlo Emanuele II di Savoia dall’esempio del Castello di Mirafiori (o di Miraflores), luogo destinato alla moglie del duca Carlo Emanuele I, Caterina Michela d’Asburgo situato nel quartiere che da quella reggia avrebbe poi preso proprio il nome Mirafiori. Carlo Emanuele II, volendo anch’egli creare una reggia che si legasse al proprio nome e a quello della consorte, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, comprò i due piccoli villaggi di Altessano Superiore ed Inferiore dalla famiglia di origine milanese Birago, che qui aveva dato vita a importanti piantagioni. Il luogo venne in seguito ribattezzato “la Venaria” perché destinato agli svaghi venatori. I lavori vennero progettati dal 1658 ed affidati agli architetti Amedeo di Castellamonte e Michelangelo Garove. L’opera si protrasse nel tempo fino almeno al 1675, quando il borgo di Venaria (realizzato con una pianta atta a disegnare un Collare dell’Annunziata) e il Palazzo erano già in buona parte completati. In particolare, la Reggia di Diana, cuore della struttura. In ogni caso, i lavori non si fermarono e, anzi, continuarono col tempo: dopo che il 1º ottobre 1693 i francesi distrussero alcune costruzioni, Vittorio Amedeo II commissionò un ulteriore intervento sulla reggia che venne ristrutturata secondo i canoni francesi. Ulteriori danni vennero inflitti durante l’Assedio di Torino del 1706, quando i francesi di Louis d’Aubusson de la Feuillade vi presero dimora, danneggiando molte strutture destinate, in questo periodo, alla soldataglia: Vittorio Amedeo II, data la morte del Garove, affida il progetto a Filippo Juvarra. Anche nella dominazione napoleonica la Reggia subì serie trasformazioni, in particolare i giardini, distrutti per farne una piazza d’armi: l’intero complesso, infatti, venne trasformato in caserma e, con la Restaurazione, questa destinazione fu mantenuta. Il complesso si confermò pure come il centro nevralgico della Cavalleria sabauda, ospitando, tra l’altro, una scuola di equitazione militare di prestigio europeo (in seno alla quale maturarono innovativi metodi di equitazione, di combattimento, di affardellamento) e un allevamento di stalloni.. Nel periodo che va dalla fine delle guerre napoleoniche fino al 1978 la Reggia fu utilizzata a fini militari causandone un progressivo degrado.

L’imponente restauro

«Il recupero della Reggia di Venaria Reale è considerato uno dei più grandi cantieri di restauro europeo in quanto non si tratta solamente del restauro di un complesso architettonico, ma del recupero urbanistico di un intero territorio che comprende la città di Venaria, il suo centro storico, la sua viabilità, le infrastrutture, il Borgo Castello della Mandria con il suo parco, le circa 30 cascine e ville interne, il recupero di terreni abbandonati e ora riqualificati a giardini. »

(Francesco Pernice, Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte e direttore tecnico coordinatore dei restauri della Venaria Reale, 24 luglio 2007[2])

La svolta avvenne nel 1978 quando la Reggia venne ceduta alla Soprintendenza per i lavori di restauro. Una vibrante e argomentata esortazione ad avviare senza indugi i necessari radicali restauri del manufatto fu quella di Federico Zeri che, in una trasmissione televisiva dedicata alla Venaria, mostrò al grande pubblico lo stato di intollerabile degrado in cui versava il capolavoro architettonico. Nel 1998 ebbe inizio l’imponente opera di restauro con lo sblocco dei fondi nazionali ed europei. I lavori, pari ad un investimento di oltre 280 milioni di euro, riguardano un’area di 250.000 m² di fabbricati e di 800.000 m² di aree incolte ritrasformate in giardini seguendo i progetti originali. L’apertura del complesso si è tenuta il 13 ottobre 2007. Periodicamente sono recuperati e inaugurati nuovi spazi, come le Citronière e le Scuderie aperte al pubblico nel 2009. Nel 2011, in occasione del 150º anniversario dell’unità d’Italia, la Reggia e i Giardini saranno sede degli appuntamenti di mostre ed eventi dedicati alle eccellenze del Paese. La Reggia di Venaria è gestita dalla Struttura Flessibile del Complesso della Venaria Reale diretta da Alberto Vanelli. Sempre in un’ala della Reggia è stata inaugurata la scuola di restauro della Venaria Reale.

Il complesso

Il complesso è imponente: accedendo dall’entrata principale si viene accolti nella corte d’onore, nel centro della quale sorgeva una fontana detta del cervo, la facciata principale in intonaco con cornucopie conchiglie e frutti risulta sulla parte destra come “sfregiata” da una cesura di mattoni a vista che delimitano la parte seicentesca da quella settecentesca, successiva all’intervento del primo architetto di corte Amedeo di Castellamonte. La parte sinistra del complesso presenta l’intervento del secondo architetto di corte Michelangelo Garove 1699-1713 in sintesi la realizzazione di due torrioni con tetti detti alla “Mansart” ricoperti di Scandole, mattonelle pentagonali multicolori in ceramica, uniti da una Gran Galleria erroneamente indicata a metà del XX secolo, come quella di Diana. Il pittore Giacomo Casella eseguì col cognato Giovanni Andrea Casella la decorazione pittorica della sala dei templi di Diana: Britomarte consegna un tempio a Diana, degli anni 1660-1663. Negli interni si trovavano stucchi, statue, dipinti, (secondo il Castellamonte, oltre quattromila quadri), realizzati da valenti artisti, tra cui Vittorio Amedeo Cignaroli, Pietro Domenico Olivero e Bernardino Quadri. Le decorazioni a stucco spesso sono dovute all’arte dello stuccatore Pietro Somazzi, in ambienti trasformati in epoca successiva, oppure in sale all’interno della Reggia di Diana e nei vani di raccordo con il padiglione eretto da Michelangelo Garove, dove si assiste ad un vero e proprio trionfo di abilità esecutiva. Nel 1718 nella Pietro Filippo Somazzi ottenne l’esecuzione degli stucchi della galleria, attenendosi al disegno dell’architetto Filippo Juvarra. A illustrare il complesso della Reggia, esiste un modello estremamente accurato realizzato da Carlo Costantini.

I giardini

I giardini della reggia sono completamente spariti da quando i francesi di Napoleone li trasformarono in piazza d’armi: un’opera estremamente significativa del complesso si perse per sempre. Rimasero i disegni d’epoca, che mostravano lo splendido giardino all’italiana diviso in tre terrazze collegate con scenografiche scalinate e architetture (come la torre dell’orologio del primo cortile) che le collegano: la fontana dell’Ercole, il teatro ad emiciclo e i parterre. Solo di recente Venaria Reale vede rinascere la sua ambientazione naturale, grazie ai lavori che stanno interessando la struttura (scuderie, Reggia di Diana, eccetera). Attualmente sono stati resi fruibili al pubblico i settori già ultimati. Nel Parco Basso sono visibili alcune opere di Giuseppe Penone, in netto contrasto con la struttura barocca del complesso: tra esse, il tronco di un cedro, alto dodici metri, dal quale escono i fumi degli impianti delle centrali termiche della palazzina.

Il Centro per la conservazione e il restauro

Nell’area delle ex scuderie, su una superficie di circa 8000 metri quadrati, si trova uno dei principali centri di restauro italiani, costituito da una serie di laboratori dedicati alla diagnostica, al restauro e alla conservazione delle opere d’arte.

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