La cacciata dei mercanti dal tempio

Scritto da F. Bertoglio

Il 16 Mar 2015

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi,

16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

17 I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».

19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?».

21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Giovanni 2,13-22

Nessun altro episodio evangelico ha ispirato e consentito agli artisti immagini di Gesù altrettanto vigorose e risentite come quelle relative a questo episodio: da Giotto a El Greco, una schiera straordinaria di interpreti si è cimentata con l’ira di Gesù nei confronti dei mercanti che infestano il tempio gremito dalla grande affluenza di pellegrini a Gerusalemme durante la Pasqua. Nel portico antistante il tempio s’era installato un fiorente mercato, particolarmente attivo nei giorni della celebrazione solenne, aperto ai pellegrini che venivano da tutte le regioni. Vi si trovavano soprattutto animali da sacrificio: buoi per i pagani, agnelli e colombe per gli ebrei. Nel tempio, infatti, si potevano celebrare culti diversi. Gesù, fattasi una rudimentale frusta con una serie di cordicelle sferza i presenti fino a cacciarli tutti fuori dal tempio. La scena, ovviamente, ha una forte risonanza popolare e attira l’attenzione su Gesù: giudei e sommi sacerdoti sentiranno sempre più urgente la necessità di sbarazzarsi di lui.

Fin dall’esordio è subito chiaro che Giovanni ha una netta coscienza d’essere un ebreo “diverso”. Perciò dice subito: “la Pasqua dei Giudei”. E per giudei non intende il popolo, ma i capi del popolo, i sommi sacerdoti, la classe dirigente, tutti coloro che detenevano un qualche potere sociale, politico, sacerdotale. Perciò la Pasqua dei Giudei – festa nazionale della liberazione di Israele dall’Egitto – non è più, per Giovanni, la festa del Signore, ma uno strumento in mano alla casta sacerdotale per controllare il proprio potere ed estenderlo. Di qui il tono polemico della narrazione: rovesciando l’immagine convenzionale del messia fustigatore dei costumi popolari corrotti, Gesù non frusta i peccatori, coloro che tradizionalmente sono esclusi dal tempio, quelli che non ci possono entrare, bensì quelli che ne sono l’anima stessa. Perciò questo testo è stato ripreso dalla liturgia penitenziale della Quaresima: coloro che sono nel tempio a preparare la Pasqua, si ricordino che nessun sacrificio avvicina a Dio se non quello del cuore, accolto da un’intima e personale conversione. Di che si tratta? Come avviene tale conversione? C’è modo di venirlo a sapere da questo testo? Vediamo.

Una prima questione che questo passo solleva riguarda la reazione dei presenti. Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se qualcuno s’introducesse nel Duomo di Milano e, fustigando i pellegrini, gridasse: «Andate al diavolo! Questa è la casa del Padre mio, non una spelonca di ladri»! Ottenendo, con indubbio successo, che tutti se ne vadano, probabilmente otterrebbe anche un sano e tempestivo intervento degli uscieri del Duomo, se non addirittura un placcaggio brutale da parte della pubblica sicurezza allarmata per lo meno di apparire all’altezza della situazione. Che diamine! Chi si crede d’essere questo zulù? Non avevano detto che era una persona importante, un uomo di Dio, da accogliere con riverenza? Non sono allibiti e sconcertati i suoi stessi discepoli? Insomma, si calmi e tenga le mani a posto! Invece no. I giudei, con calma olimpica, dopo essere stati tutti scaraventati fuori dal proprio Tempio, gli chiedono: scusa, chi sei, chi ti credi d’essere, per far questo? Reazione straordinariamente interessante. Evidentemente non ritengono – non ancora, per lo meno – che la cosa meriti l’intervento delle forze dell’ordine. Cose di questo tipo, cose di Dio, meritano se non altro un paziente ascolto. Ci sarà tempo e modo di far intervenire la forza pubblica. Vedremo poi se sia il caso di trattarlo diversamente reprimendolo brutalmente nel sangue della frusta e della croce. Per ora i giudei danno credito, in effetti, a Gesù, in modo ben diverso da come faremmo noi. Il che la dice lunga di come noi dobbiamo convertire lo sguardo per non cadere in facili generalizzazioni. Mentre noi tratteremmo la cosa con un profilo da ordine pubblico, loro gli chiedono – quietamente e civilmente – chi mai sia ed ottengono risposta: distruggete questo tempo e io lo riedificherò in tre giorni. A parer loro un delirio. Un parlar per favole: ci sono voluti ben quarantasei anni per edificarlo il Tempio. Tu lo riedifichi in tre giorni? E poi, noi avevamo chiesto ben altro: chi fossi tu! Che c’entra il tempio? E noi che ti stiamo ad ascoltare… Buffo che il testo precisi: non si sono capiti. Non potevano capirsi, parlavano di grandezze diverse. La reazione, dunque, porta alla luce un’apertura di credito cui non segue la comprensione reciproca. Le prospettive son lontane anni luce. Per gli uni la casa di Dio è un Tempio in cui si fanno sacrifici cruenti. Così fan tutti: gli ebrei con pecore e colombi; i pagani con i buoi. Per l’altro Dio si trova nel proprio corpo una volta che si sia fatto silenzio. Casa adeguata a Dio, infatti, non è la muratura del Tempio, ma la carne e le ossa del corpo proprio. Una casa vivente per un Dio vivo. Ma, se le mura della casa di Dio vivono senza sforzo nella carne, il silenzio, però, è ottenuto con la frusta!

Una straordinaria naturalezza accoglie Dio nella carne se e solo se s’è ottenuto un silenzio di tomba, costi quel che costi. Il che significa che il silenzio è d’oro e tanto prezioso quanto difficile da ottenere. Perché tanto prezioso? Nel silenzio non c’è nulla da sentire! A scuola si sentono i maestri spiegare e gli studenti interrogati. In tribunale le severe sentenze dei giudici e il battibecco degli avvocati oltre alle testimonianze rese e ai proclami d’innocenza degli imputati. In ospedale la diagnosi del medico che salva la vita o la perde con non minore facilità e i lamenti dei malati più o meno proni alle ingiustizie della natura. Al mercato i prezzi delle merci gridati con più o meno furbizia da mercanti solitamente spregiudicati. Nel silenzio, però, che mai si sente? Nulla. Dio, infatti, non ha parole da dire. Straordinario. Tutti parlano di mille parole, ma Dio s’ascolta in silenzio perché non ha parole da dire, non ha voce con cui dirle, se non la nostra che, però, stia una buona volta zitta e muta. Facciamo un cosa totalmente diversa e allora Dio appare in noi! Non solo il sapere nasce dalla meraviglia, ritengo, ma anche la religione è essa stessa meravigliosa. Come se non bastasse, Gesù invita tutti coloro che sono ben intenti a compiere azioni liturgiche per raggiungere Dio a cambiare radicalmente sguardo: nessun sacrificio cruento li avvicinerà di un sol millimetro a Dio, bensì il loro far nulla. Potenza dell’ozio, si dovrebbe dire! Ma vaglielo a dire a tutti coloro che s’affaccendano intorno a Dio di piantarla una buona volta; che a furia d’affaccendarsi paiono più becchini d’un cimitero che figli di Dio. Perché è proprio dei figli confidare che il padre li ami, quando appunto se ne fidano! Tanto affaccendato baccano parrebbe invece segno del contrario, ovvero che ogni fiducia è persa. Più o meno come in una famiglia: quando le cose vanno bene nessuno sente davvero bisogno di parlarne e spiegare granché, men che meno in modo cruento. La violenza nasce infatti dall’incomprensione piuttosto che dall’amore reciproco. È quando le cose non vanno che invece ci si arrabatta a parlare e giustificare con mille parole e azioni. Il silenzio, dunque, è – per Gesù – il segno che Dio è presente nel mondo e perciò non c’è altro da dire in proposito, essendo stato detto l’essenziale.

Torniamo al testo, ora che abbiamo iniziato a renderlo attuale. Lo è, massimamente a mio modo di vedere, per la straordinaria concezione della fede come organo fisico. Credere, in questo straordinario testo, vuol dire fare del proprio corpo la casa adatta a Dio. Lasciamo perdere di sapere immediatamente cosa questo voglia dire. È così moderno, straordinariamente moderno, questo concepire il corpo come un ambiente positivo! Il corpo è la casa di Dio. È come se dicessimo che il corpo e non lo spirito lo è. Forse sarebbe meglio dire che il corpo è lo spirito. In termini psicanalitici: il corpo è la psiche. Davvero straordinario questo modo di intendere le cose. Dove trovi Dio? Nel tuo corpo, dove trovi te stesso, la tua identità più propria e inalienabile. Per un artista, nulla di diverso da quello che s’è sempre fatto con colori e pennelli o dura pietra e scalpello. La materia, infatti, da sempre dice Dio per chi ama il mondo. È chi non lo ama che cerca qualcosa d’altro che dica ciò che merita d’essere cercato in questa valle di lacrime. Questo rovesciamento di prospettiva noi lo chiamiamo incarnazione. È così sano e bello pensare che il corpo sia la casa del Padre, adatto a Dio, capace di contenerlo come il santuario del Tempio conteneva, un tempo, la gloria di Dio. In questione, dunque, è cosa sia la casa di Dio. Questione radicale che coinvolge il principio di lettura dell’intera Scrittura, come viene detto, infatti, nel v. 22.

In effetti, la Scrittura inizia con la lettera ebraica “bet”, “casa” (ּב). La sua forma, infatti, deriva dall’ideogramma di una abitazione, la cui parete principale, quella che ne costituisce la soglia, è abbattuta. Una dimora, dunque, aperta, spalancata. In modo tale che se un ospite sopraggiunge è ben accolto, ma anche libero di andarsene, lietamente. Lo stesso vale per gli abitanti, anch’essi liberi di entrare e uscire senza impedimenti. Potremmo tradurre dunque l’incipit della Scrittura così: “In principio era la casa”. E non sbaglieremmo. Il secondo significato della lettera “bet” è “cuore”, in ebraico, la sede della verità. A seconda che ci sia un puntino centrale o meno, la casa è abitata col cuore, che la governa facendola gravitare intorno al suo centro. Diversamente, la casa è “scorata”, “disorientata”. In questa prima lettera, la Scrittura infonde tutta la sua sapienza, perché l’inizio appare a ciascuno fondamentale per la propria vita, segnandolo in modo profondo sin dai primi tempi dell’infanzia. Nel bene come nel male. È importante cogliere appieno la dinamica di questo “come”. La Scrittura sa bene come la casa sia un luogo opaco: essa può essere certamente un luogo lieto e sereno, ma anche un luogo abitato da inquietudine profonda e abitudini (habitus) laceranti. Non è però negando l’ambiguità che si governa una dimora. Bensì addomesticandola come un focolare; domestico, appunto. L’abitazione che ha in mente Dio, infatti, non è governata da una rigida osservanza di norme e precetti. La lettera “bet” si erige su due assi, uniti in modo plastico e sinuoso: quello verticale incontra l’orizzontale unendosi ad esso con una curva dolce ma decisa. Così è per l’uomo che voglia avere una vita solida come una casa ben costruita. La base della lettera, infatti, è il suo “piede”, che poi è il terzo significato della lettera “bet”. Esso sostiene la casa anche se dovesse essere costruita sulla sabbia. Se non trova la roccia sul fondo, è il piede stesso a sorreggerla sulle sue solide fondamenta, così che si possa addirittura camminare sull’acqua, vale a dire: semplicemente sostenuti dalla giustizia. In tal modo, la Scrittura rivela sin dall’esordio il suo destinatario: la famiglia che abita la casa. E ne dice la forma ideale e sempre possibile: una casa ospitale è retta sulla giustizia e governata con cuore sincero, perciò i suoi abitanti sono liberi di entrarvi o uscirvi. Così, sin dall’inizio, la Scrittura immagina se stessa come l’avvio di una creazione che appare ora come una casa o un tempio, ora come un cosmo, ora come un uomo, ora come un popolo, ora come una terra, infine come un libro (o un uomo-libro, Gesù di Nazareth), per riprendere poi il fluire delle forme a partire dalla sua ultima figura. Il flusso del testo scorre come un fiume dal fondo della lettera e finisce con il corpo di un uomo che, avendo ricevuto in sé lo Spirito, ne è stato abitato. Eppure, come l’origine che sta prima dell’inizio, non l’ha trattenuto per sé, ma l’ha donato ai suoi fratelli, perché abitasse anche in loro. Il lettore, però, è invitato a entrare nel testo senza varcarne la parete posteriore in un inutile tentativo di trovare ciò che cerca oltre il testo che si svolge a partire dalla dimora iniziale. Piuttosto, deve seguirne il flusso come un barcaiolo segue il fiume: il volto rivolto alla fonte, la prua alla foce così che il futuro sia alle sue spalle, incerto e numinoso, ma anche inevitabile come lo scorrere di un fiume. Fino alla fine, facendo del proprio corpo la dimora stessa di quella fonte che inizialmente l’ha generato, divinizzandolo, finché si possa dire: “Ecce homo” (cfr. La tunica di Joseph).

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