Il silenzio in Marco

Scritto da F. Bertoglio

Il 22 Gen 2013

Il silenzio in Marco

[1]Ed essendo egli entrato di nuovo a Cafarnao, alcuni giorni dopo, si seppe che era in casa.

[2]E si radunarono molti, così da non esserci più posto, neanche quello davanti alla porta, ed egli predicava loro la parola.

[3]E arrivano portando a lui un paralitico portato da quattro.

[4]Non potendo però presentarlo, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

[5]Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

[6]Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro:

[7]«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».

[8]Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori?

[9]Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?

[10]Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati,

[11]ti ordino — disse al paralitico — alzati, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua».

[12]Quegli si alzò, e subito prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Così non mai vedemmo!».

Mc 2,1-12

Apparentemente, il testo in esergo non appartiene in alcun modo ad una forma letteraria prossima all’esperienza del silenzio: si tratta, infatti, di un dialogo, vale a dire, per lo più, l’esatto opposto di ciò che il tema della rivista intende porre come oggetto di riflessione. Anche la scena appare caratterizzata dalla presenza di più voci, talvolta dissonanti fra loro sino ai toni duri della sterile polemica. Quanto alla qualità della relazione fra Gesù e gli altri protagonisti, il lettore coglie subito l’impressione di un affanno: Gesù è assalito dalla folla che dobbiamo presumere vociante ed in tumulto tanto da non accorgersi dei nuovi arrivati, che possono spingere così il loro assalto sino al parossismo, piombando dall’alto su di lui dopo aver scoperchiato e sfondato il tetto. Infine, tutti rimangono fuori di sé (questo è appunto il significato di «εξιστασθαι» nel v. 12) sino a glorificare Dio dicendo: «Così non mai vedemmo». Persino la conclusione del passo è un’esclamazione. Non si vede dunque in che modo si possa cogliere queste parole come espressione di silenzio.

Va detto subito che la Bibbia, non avendo precisa cognizione della φυσις, evita un’ontologia apofatica o una psicologia del profondo che le corrisponda, e intende il silenzio innanzitutto come un fenomeno negativo che coinvolge persino la divinità. Il suo silenzio — i «cieli chiusi» di molti passi biblici significativamente drammatici — è forse il simbolo più forte del male, come se questo stesso male, in quanto silenzio, inerisca alla divinità stessa. È evidente che una riflessione sul male “in Dio” esula i confini del presente contributo, eppure il lettore è invitato dalla stessa Rivelazione a considerare tale eventualità — nel senso preciso dell’evento di una possibilità, sia pure già da sempre negata — del Male in Dio stesso.

Anche qui, a suo modo, Marco riferisce che il Maestro è giunto a Cafarnao circondandosi di silenzio. Era infatti in città già «da alcuni giorni» quando si notò la sua presenza. Che significa questo? Indubbiamente il Maestro non gradiva la presenza di quelle folle che avevano saputo della sua fama, di quel buon gregge dei molti che vociano ma non ascoltano, esclamano ma non parlano, lo cercano ma non lo trovano, tanto che lui preferisce starsene «fuori in posti solitari». Obbiettivamente, la «folla» non poteva godere di buona reputazione in ambiente cristiano: chiunque può ricordare che la stessa folla che acclama Gesù proclamandolo «Re dei Giudei», ne vorrà la crocifissione sul Golgotha rovesciando l’acclamazione in un dispositivo accusatorio. Senza parlare della solitudine in cui Marco intravede Gesù sia durante il processo, sia nel momento drammatico della morte in croce: nessuno dei suoi lo conforta con parole amichevoli, bensì se ne stanno «lontano», in disparte, sconcertati e privi d’iniziativa. Dunque l’avvio del passo presenta un tratto caratteristico della personalità di Gesù di Nazaret secondo la redazione di Marco cui gli esegeti hanno trovato una formula precisa: il “segreto messianico”. Si tratta di cosa nota, perciò non mi soffermerò nemmeno su questo aspetto del passo: basti sapere che percorre l’intera redazione dell’opera passando per due momenti decisivi: Mc 8,27-31, dove Pietro per la prima volta afferma esplicitamente l’identità di Gesù senza però che il Maestro consenta ai discepoli di rivelarlo apertamente, finendo per rimproverare lo stesso Pietro per aver frainteso sulla qualità della sua testimonianza; e Mc 15,39, ai piedi della croce, dove un centurione romano rivela l’identità di Gesù come «il Figlio di Dio». Dunque il silenzio del “segreto” è la strategia di Marco per rivelare chi sia Gesù di Nazaret: paradossalmente, il silenzio cui vincola il segreto “dice” l’identità del Figlio di Dio.

Se dunque focalizziamo il testo indagando quegli aspetti riconducibili al “silenzio”, ci accorgiamo che nel passo tacciono altri soggetti. Tace il drappello di fedeli che conducono il paralitico alla presenza di Gesù. Tace lo stesso paralitico, anche quando ci aspetteremmo che ringrazi per il miracolo che l’ha visto rinascere a nuova vita. Tacciono — in realtà — anche coloro che obbiettano circa le parole di Gesù; infatti «pensavano in cuor loro», evitando di esprimere apertamente il loro dissenso. Propriamente, parla solo Gesù, poiché la moltitudine esclama e loda Dio in un modo che Marco evidentemente non può che condannare; infatti sottolinea ironicamente che essi sono «fuori di sé»: non “parlano” dunque, farneticano parole senza senso.

Il primo silenzio è assai significativo. Quattro uomini conducono un malato a Gesù ed, evitando di esprimere alcunché, assalgono il Maestro. È un’operazione condotta sotto una spinta irrefrenabile sottolineata appunto dall’assenza di qualsiasi comunicazione verbale e che conduce ad un esito favorevole, sia perché viene riconosciuta la loro fede, sia perché viene sanata la malattia. Di cosa si tratta? Cosa può condurre delle persone a comportarsi in modo così estremo? Tutto ciò che Marco ci dice è che costoro sono mossi dall’urgenza di sollevare un uomo dalla distretta della malattia. Il paralitico giace, infatti, da sempre (κατεκειτο) su quel lettuccio che essi portano. Mai s’era potuto sollevare pur desiderandolo ardentemente (εγειρε, υπαγε, ηγερθη). E presumibilmente è proprio questa sua terribile condizione a togliere loro ogni velleità di comunicazione. Tutta la scena sembra la rappresentazione di un dolore che ammutolisce per intensità ed incomprensibilità: perciò il Maestro parla di «peccato», vale a dire di una sofferenza che chiama in causa ad un tempo l’umanità del malato e la divinità stessa. A maggior ragione risalta il comportamento di costoro. Senza por tempo in mezzo essi strappano a colui che ritengono possa averne il potere il favore benevolente della divinità. Si potrebbe dire che essi offrono a Gesù una chance che questi coglie al balzo. Cosa rende però autentica questa richiesta? Notiamo intanto che, diversamente da ciò che viene detto a proposito della folla che impedisce l’accesso a Gesù di Nazaret, non c’è dubbio che Marco apprezzi costoro. Là dove falliscono i primi, riescono i secondi, infatti.

A mio parere, è proprio l’urgenza sottolineata dal silenzio dei personaggi che qualifica l’azione: essi sono alle prese con un bisogno che rischia di sopprimere l’umanità stessa del malato. Nella distretta del bisogno in cui persino le parole vengono meno, essi si fanno carico di una richiesta radicale presentando il malato. Oppresso dalla malattia sino a non avere altro destino, il paralitico giunge al cospetto di Gesù. Ma, come avviene nella favola, il rospo — che per lo più viene ingoiato — si trasfigura per colui che ancora crede che l’impossibile possa ancora essere un oggetto degno del proprio desiderio. Tuttavia, ciò che appare decisivo non è tanto il fatto che questi uomini sperino l’impossibile — cosa peraltro degna della massima considerazione — bensì l’asimmetria che questa speranza comporta. Non si tratta di una categoria dello spirito prodotta dalla loro immaginazione: bensì di un bisogno reale la cui soddisfazione è tutt’altro che fantastica, e rimane sospesa assolutamente alla libertà di Gesù, come risulta proprio dal loro silenzio. Ciò a cui essi non sanno dare nome, e che tuttavia costituisce il motivo inespresso della propria azione è “riempito” da Gesù di Nazaret in modo del tutto sorprendente. Il protagonista del “riempimento” delle loro attese è solo Gesù che assume l’intera iniziativa dell’azione orientandola nel senso dell’incondizionato favore della divinità verso l’uomo che osi volere l’impossibile. Se si vuole, è questo l’aspetto radicalmente antiprometeico del cristianesimo; o la sua inclinazione umanistica, ma sono parole che comunque andrebbero ulteriormente chiarite e precisate per non restare vaghe e sfuocate come meri oggetti d’erudizione.

Perché la soddisfazione che il miracolo comporta non si volga in schiavitù e il malato non passi da una tirannia (la malattia) all’altra (il proprio salvatore) scambiando la riconoscenza per asservimento, occorre seguire ancora un poco il passo di Marco mantenendo la nostra attenzione desta e concentrata sul comportamento del paralitico. Anche un lettore distratto può notare che il passo conclude con un gesto di Gesù che gli è incondizionatamente favorevole: nessun sacrificio, né penitenza, né conversione; nulla viene anteposto alla soddisfazione del suo desiderio. Al contrario, viene congedato bruscamente tanto che senza indugio s’allontana. Ma ciò che stupisce assai di più è la totale mancanza di alcun cenno di ringraziamento. Questo silenzio è significativo in altro modo rispetto al primo. Comunque si voglia commentare il passo, due cose ritengo debbano essere riconosciute: in primo luogo Gesù invita esplicitamente il paralitico liberato dal male a tornare ad occuparsi delle proprie faccende (vattene a casa tua). In secondo luogo, questi effettivamente s’alza e se ne va. Altri prendono la parola al posto suo in modo che Marco giudica francamente inopportuno. A mio parere qui si cela in nuce l’intera teologia di Marco. Il silenzio del paralitico non può essere interpretato in senso banalmente moralistico: l’ingratitudine umana è d’altronde un luogo assai comune e non v’è affatto bisogno di scriverci su un «vangelo di Dio» (Mc 1,14). Né ovviamente si tratta di una distrazione di Marco, giacché è proprio questo strano silenzio il tratto caratteristico della narrazione marciana. Diversamente, dobbiamo ammettere che attraverso questo particolare taciuto il testo voglia dirci qualcosa d’essenziale. In effetti, il silenzio non è prodotto direttamente dal comando del Maestro. Si tratta dunque di una tesi cara a Marco. Vale a dire che, diversamente da ciò che comunemente s’intende, Gesù non intende Dio come il “centro” intorno a cui gravita l’azione dell’uomo, bensì l’esatto contrario: è perché Dio opera liberamente a nostro favore collocandoci al centro dei propri interessi e della propria azione che noi possiamo tornare alla cura delle vicende di cui bene o male dobbiamo essere i protagonisti. Il silenzio del paralitico è perciò l’espressione di un’antropologia cristiana che colloca l’uomo al centro della cura divina, e l’esito cui essa conduce è quello che i latini chiamano pietas, la cura amorevole. Il cristianesimo di Marco è dunque una religio in quanto il discepolo di Gesù — significato simbolicamente dal paralitico liberato dal male — viene invitato a riprendere l’iniziativa della propria vita a partire dalla cura amorevole che la divinità stessa ha mostrato per lui. Perciò il termine religio può solo significare un relegere, una ripetizione, una rilettura, mai un religare, come mostra la forza centrifuga del comando di Gesù: «vattene a casa tua». Si notino — en passant — le assonanze con la tradizione platonica che tanta parte ha avuto, nel bene e nel male, col cristianesimo.

A questo punto possiamo comprendere il senso del dialogo che costituisce il cuore del testo. Innanzi tutto, dobbiamo ammettere che si tratta di un dialogo molto particolare. Infatti, a ben vedere, manca la condizione essenziale perché questo passo possa essere considerato realmente un dialogo. Alla parola del Maestro che intende liberare il paralitico dal male, gli scribi non oppongono altro che i propri pensieri. Mentre quello è raffigurato come uno “scrutatore dei cuori”, capace d’intendere l’intenzione più segreta che abita l’animo dei propri interlocutori, questi sono incapaci di sciogliere i legami che li legano a se stessi. Inchiodati a catene che li fissano al suolo e incapaci di un sincero dialogo con Gesù di Nazaret essi sono introdotti nella scena con verbi che ne indicano l’incoercibile staticità, fisica e spirituale (καθεμηνοι και διαλογιζομενοι εν ταις καρδιαις αυτων). Essi hanno indubbiamente ragione, solo Dio può liberare dal male. Tuttavia essi già sanno chi e dove sia Dio, e perciò si mostrano indisposti a qualsiasi discussione proprio su questo! Essi dunque non intendono — non lo possono e non lo vogliono — in alcun modo la relazione fra Dio e quel Gesù di Nazaret che gli sta innanzi proprio perché hanno già collocato Dio nel proprio cielo stellato, incapaci di apprezzare quella verità che si presenta loro storicamente come la verità di Dio in Gesù di Nazaret. Il loro silenzio è allora una duplice negazione: della divinità di Gesù e della sua stessa persona cui essi non accordano nemmeno il credito della parola, condannando se stessi alla mortificazione dell’autoreferenzialità. Nel loro silenzio è in gioco, quindi, quella che un maestro come Hegel chiamerebbe una “cattiva infinità”.

Da ultimo, diamo ragione dello stile di Marco, con la consapevolezza di dire comunque poco e male. A me pare che la sua narrazione sia ascrivibile alla categoria della rapidità così come l’ha presentata I. Calvino nelle sue Lezioni americane. L’uso di situazioni fascinose e paradossali, la malinconia del finale, l’incanto del miracolo insieme all’orrore della malattia, sono trattati con tale brevità da costituire delle gemme di una collana peraltro disadorna. Il ritmo, rapido e incalzante, colloca la narrazione in un tempo incommensurabile, badando, allo stesso tempo, all’essenziale. Così che mentre l’asciuttezza della prosa segnala l’essenziale storicità del testo, la rapidità del ritmo eternizza l’evento. Ma, soprattutto, il silenzio che la rapidità getta sui particolari coinvolge il lettore che diviene parte integrante della narrazione — come indicherebbe anche la sospensione del finale del Vangelo in Mc 16,8 — e dunque coinvolto in prima persona in quella stessa eternità.

Bibliografia

I. Calvino, Lezioni americane, Milano1997.

G. W. F. Hegel, Fede e sapere, Milano 1990.

I. Kant, La religione nei limiti della sola ragione, Bari 1985.

L. Pareyson, Ontologia della libertà, Torino 1994.

P. Ricoeur, Ermeneutica biblica, Brescia 1978.

E. Schweizer, Il vangelo secondo Marco, Brescia 1971.

R. Vignolo, Personaggi del Quarto Vangelo, Milano 1994.

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