Il Signor T è un funambolo

Scritto da F. Bertoglio

Il 02 Gen 2008

Nittày Haarbelì diceva: «Allontanati dal cattivo vicino; non ti associare al malvagio; non scoraggiarti in merito alla Sua punizione». Pirqé Avòt 1,7

Nella vita il Signor T pareva esser stato un funambolo con tanto di ombrellino e monociclo, incarnando l’ordinata sproporzione tra il lungo corpo dell’acrobata e i minuscoli attrezzi che ne sostengono il precario equilibrio sull’esile fune. Come il san Pietro crocifisso nella Cappella Sistina che preme il suolo con il suo massiccio corpo crocifisso a testa in giù sostenuto dall’assenza dei chiodi, cioè dalla sola fede. O gli amanti che sono uniti dall’amore e da null’altro che si veda. O i nostri corpi, tenuti insieme dal rispetto che ciascuna parte ha per l’altra. Nessuna riuscita in queste cose è possibile senza consenso. La mano sinistra e la destra consentono in tutta quella serie di gesti che permettono al Signor T – come a tutti noi – di mangiare. Cosa succederebbe se mancasse l’accordo? Lo sappiamo: a tavola finiremmo per tagliarci le orecchie, nel circo l’acrobata schianterebbe al suolo con fragore, Pietro crollerebbe a terra e dovremmo piantare bei chiodi per sostenerne il peso appendendolo nuovamente al legno, gli amanti non sarebbero più tali, trattandosi come cose, soddisfacendo solo se stessi. Ora, com’era avvenuto che il Signor T entrasse in dissidio feroce con metà di se stesso? Aveva pur sempre avuto uno splendido rapporto con quella che una volta era stata la propria metà, e la cosa è ben normale, visto che si tratta di due metà di un corpo intero. Tuttavia, non è che fosse stato facile: le metà non sono mai uguali, come tutti sanno, e queste certamente erano del tutto diseguali. L’amore per le cose impossibili doveva aver fatto maturare il Signor T in modo buffo: una parte era in un modo mentre l’altra era tutta l’opposto. Il loro equilibrio era tale che nessuno avrebbe mai detto potessero unirsi così ben salde. Un po’ come Giulietta e Romeo, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il finito e l’infinito, l’amore e l’odio. Insomma, era il classico caso degli opposti che finiscono per coincidere. In questi casi, la riuscita è più che mai una questione di rispetto. Mancando quello, ogni ragione vien meno: il funambolo muore al suolo, san Pietro manca la prova di fede, il corpo muore di stenti per mancanza di cibo, gli amanti sviliscono nell’indifferenza. Privo ormai della sua metà, il Signor T incominciava a nutrire più di un sospetto circa il fatto di essersi imminchionito senza alcuna possibile contropartita. Perciò dondolava malinconico, come un pendolo. E più pencolava, più doveva ammettere a se stesso di essersi ingannato, colpevolmente o meno – che importa – nutrendo per la metà di se stesso amore, premure, dedizione e aspettative che un qualsiasi cretino avrebbe potuto meritare di più. Pur concedendosi tutte le attenuanti possibili, non c’era altro esito, nei suoi ragionamenti. Una metà aveva ingannato l’altra e se stessa: la linea retta delle parole s’era dimostrata curva, lo sguardo pudico s’era fatto sfuggente, il cuore un tempo coraggioso s’era fatto prudente come quello di un coniglio. Così, quel che un tempo era l’intero Signor T, s’ammezzò. Quella mano che l’aveva sino ad allora nutrito con apparente amore si era inconsapevolmente rivoltata contro di lui prendendolo a pugni senza risparmio e pietà nello stesso momento in cui giurava il proprio affetto: si sarebbe potuto dire il bacio di Giuda, se quel bacio non avesse meritato ben altra considerazione. In ogni caso, così è il peccato: coloro che lo commettono non sanno nemmeno di farlo. E questa è appunto la loro condanna: irrimediabilmente passata, la colpa è già la propria pena. Insomma, non vi resta che prendere la vostra stentata figura e farvene una mezza ragione. Così avvenne: il Signor T prese a vivere ridotto a metà. Meglio soli che mal accompagnati, certamente. Eppure, sapete come avviene: nulla è più offensivo della mediocrità con cui si deve ammettere di aver avuto a che fare, specie se un tempo ci appariva un incanto. “È il frutto della menzogna – rifletteva il Signor T – in cui tutto il nostro tempo è avvolto”. E piangeva, ancora un pochino, ondeggiando come un bambino sul dondolo per scacciare i ricordi.

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