Il Signor T e Signora conversano

Scritto da F. Bertoglio

Il 01 Gen 2008

Yossé, figlio di Yokhanàn di Yerusalàyim, soleva dire: «…Non conversare molto con le donne; e se ciò è inteso per la propria moglie, lo è tanto più per la moglie altrui». Per questa considerazione i dotti hanno detto che chiunque conversi molto con le donne causa del male a se stesso, perché si distrae dallo studio e finisce per meritarsi il Ghehinnòm». Pirqé Avòt 1,5

Tic tac… TicTacTic! Mi svegliai di soprassalto nel cuore della notte e mi trovai accanto una macchina da scrivere, perfettamente funzionante. Tic tac, clang, drin! «Scusi, lei, che combina?» – dissi con voce remota, come se ancora stessi dormendo. «Beh, che diamine, scrivo, non vede?». «Ah, hem… come dire, non è mica normale, sa?» – feci io, vagamente stupefatto. «Beh, si volti e continui a dormire» – fece quella – tutta presa a scrivere. Mi voltai dall’altra parte con una smorfia. «Dio santo, che pazienza ci vuole» – pensai. L’indomani mi svegliai turbato: il letto era il solito. La mia camera pareva la stessa di sempre. La Signora T mi aspettava in cucina con un buon profumino di colazione. Mi sedetti mentre lei s’alzava per uscire. «Ciao passerotto!». «Ciao». «Hai dormito bene? Che hai sognato?» – feci io. «Nulla. Ho una giornata impegnativa, corro fuori» – mi disse. La osservai bene. Pareva strana. Parlava in modo quasi meccanico, con un lieve accento metallico nella voce. «Non ci badare, non è nulla» – mi dissi. La notte seguente sentii ancora lo stesso ticchettio: tic tac tic tac… Mi sforzai di non aprire gli occhi, pensai qualsiasi cosa potesse distrarmi, infine sbottai dolcemente: «Per favore, dormi!». Il suono continuò. Accesi la luce e mi trovai accanto la macchina da scrivere. Mi stropicciai gli occhi costernato. Sì, non c’era dubbio, ero ben sveglio. Di fianco a me una macchina da scrivere ticchettava a tutto spiano, infervorata. La guardai allibito e sconfortato. «Che succede? Dov’è finita la Signora T?» – dissi ad alta voce come se la macchina potesse saperne qualcosa. Incominciai a disperarmi. Cercai in tutta la casa, chiamai, invocai, supplicai. Nulla. In compenso il tic tac era diventato uno scroscio. Tornai a letto e cercai di parlamentare: «Mi scusi, mi può dire che ne è della Signora T?». Niente da fare. La macchinetta volava tra una lettera e l’altra con eroica convinzione. Provai a toccarla. Mi beccai una frustata con il nastro inchiostrato. Indietreggiai e cercai di formulare un piano di battaglia. Ma come si fa a combattere con una macchina da scrivere che scrive da sola? Rimasi in piedi tutta la notte alienato dalla disperazione: dove fosse finita la Signora T non me lo sapevo proprio spiegare. Così arrivò l’alba e mi ritrovai con la testa a ciondoloni, sfinito e frustrato. Non passò molto tempo che una notte sentii ancora: tic tac tic tac… Rullo, tasti, nastro inchiostrato e tutti i meccanismi oliati alla perfezione che stavano scrivendo un libro dal titolo: «Il Signor T».

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