Talvolta il mito è per me imbarazzante al massimo grado. Per il pensiero razionale rappresenta un mondo assurdo: a tratti descrive situazioni che paiono favolette per bambini, a volte narra fatti così raccapriccianti da suscitare in me solo disgusto e orrore. La coerenza che è normalmente richiesta a qualsiasi componimento delle scuole elementari risulta violata in così alto grado che non si riesce a capire che cosa ci trovassero uomini di un tempo, per noi prossimi alla più totale barbarie. In una parola, il mito è stupido, dev’esserlo, per forza. E gli uomini che un tempo l’ascoltavano rapiti sono la miglior pubblicità dell’evoluzione dei tempi e della vittoria sicura della scienza e della tecnica di oggi; nessuno di noi oggi, infatti, s’azzarderebbe a dar credito anche solo per un istante a simili sciocchezze:

Mostro dal corpo umano con testa e collo di toro, figlio di Pasifae (moglie di Minosse) e di un toro divino che era stato mandato da Posidone a Minosse come segno della sua predestinazione celeste al dominio su Creta, contro le pretese di altri competitori. Ora Minosse, invece di sacrificare al dio stesso lo splendido dono, lo sostituì con un toro delle sue mandre: per punire il re, Posidone fece infuriare il toro, e ispirò in Pasifae un mostruoso amore per esso. Dall’unione di lei col toro nacque il Minotauro, che Minosse fece rinchiudere nel Labirinto appositamente costruito da Dedalo.

Così recita la Treccani online, quanto di meglio il nostro Paese sappia produrre in fatto di cultura enciclopedica.

Se ci interroghiamo su chi sia il Minotauro l’enciclopedia ci rassicura subito: si tratta di un mostro nato da un orrendo accoppiamento tra la regina Pasifae e un toro dono dei cieli. C’immaginiamo la scena e rimaniamo stupiti dell’ingenuità e della fantasia un po’ malata degli antichi. Che sciocchezze! E ci sentiamo meglio, rassicurati dalla nostra superiorità su di loro o forse ci turbiamo un po’, terrorizzati all’idea di regredire sino a tal punto, dando credito a un monte di stupidità simile.

Come dar torto a questi sentimenti? Essi nascono da un comportamento sano: leggendo di cavalli alati possiamo ridere o stupire della fantasia altrui. Leggendo di mostri e di unioni mostruose tra donne e tori aggrottiamo le sopracciglia e ci chiediamo immediatamente perché perder tempo con queste storie. Se esse, tuttavia, ci attraggono o ci inquietano incominciamo a dubitare di noi stessi e del nostro mondo rassicurante e razionale, temendo di essere assaliti da un mondo oscuro e pericoloso che ci minaccia. Spostiamo perciò l’attenzione. Così il fatto protagonista del racconto diventa il frutto dell’unione bestiale, il mostro, più che l’unione bestiale stessa. Eppure il mito fa di tutto per attirare la nostra attenzione sulla causa incomprensibile dei fatti più che sull’effetto. Chi può immaginare, infatti, che sia avvenuta una cosa simile? Non può essere avvenuta. Ed è proprio questo il punto, proprio questo che il mito dice! Ciò che non può essere, è. Semplicemente.

Allo stesso modo, quando la nostra attenzione si fissa sul mostro, l’intelligenza si applica per lo più a vedere gli effetti più che le cause, perciò diciamo: il Minotauro è la metafora, il simbolo, l’immagine, la figura, il segno dell’irrazionale e del bestiale nell’uomo, la sua parte istintiva e bruta. Si tratta, in altri termini, di una terribile prigione che condanna il miserabile a una vita d’ombra e di vergogna, laggiù nella labirintica caverna. L’eroe Teseo, invece, rappresenta la vittoria dell’anima razionale e chiara sull’oscuro inconscio della bestia. Represso e nascosto, l’istinto animale dev’essere vinto per una lunga teoria di interpreti. La vittoria sul Minotauro rappresenta dunque la lotta che ciascuno di noi deve intraprendere e vincere sugli aspetti che naturalmente intessono la nostra personalità. Con ciò è evidente che madre Natura dev’essere corretta e piegata ai lumi della razionalità. Un simile sospetto intorno alla natura appartiene completamente alla razionalità, anche moderna, che della natura, appunto, vuole essere vincitrice, dominandola e assoggettandola al proprio volere. Dubito, però, che con ciò il mito sia compreso appieno. Dubito anche che questo sospetto intorno a madre Natura fosse condiviso dai politeisti greci che la consideravano persino superiore agli dei.

Cerchiamo dunque di dar ordine ai nostri pensieri chiedendo aiuto agli artisti.

Picasso dedica un’attenzione del tutto speciale al personaggio. Forse perché s’identifica col mostro. Non a caso si fa ritrarre mascherato da Minotauro in più occasioni. La cosa doveva avere per lui una risonanza nella sfera della sessualità visto il legame del mostro con una giovane figura femminile. A tratti preda, a volte guida, tale minuscola figura caratterizza per contrappunto il personaggio mitico come un bruto, cieco, bestiale, talvolta unico soggetto compositivo con i genitali scoperti. A fronte della gentilezza di lei, sottolineata dal mazzolino di fiori o da una piccola fiamma che tiene in mano ad illuminare la scena o dal trattenere delicatamente il mostro accecato guidandolo dietro di sé, lui appare sempre preda degli eventi, vittima anche quando si comporta come un carnefice. Un individuo imbestiato e imbestialito come lo fu la madre al momento di concepirlo. La madre, però, non appare mai in scena, obliterata dal figlio mostruoso. Le donne che l’accompagnano possono essere solo più giovani. Figlie o sorelle minori, mai pari.

C’è, nel Minotauro di Picasso, qualcosa di rapinoso e disperato insieme. Accanto a lui le donne possono essere guide o vittime. Davanti a lui fuggono in nave con chi la bellezza ce l’ha. Lui, invece, ne è privo. Medita di averle, queste donne. Se le possiede le squaderna, devastandole. Una solitudine terribile accompagna il mostro, perché nessuna donna gli è pari. Una rabbia possente ne devasta il volto o l’ingenuità dell’inesperienza lo instupidisce. La donna è ammirata e bramata, mai guardata negli occhi. La carcassa del mostro è già un destino, un segno distintivo ossessionante. Picasso, che i corpi li dissezionava scomponendoli in cubi, vedeva forse nel personaggio mitico del Minotauro le proprie paure più profonde, le ossessioni più radicate, quella parte di sé, irrazionale, che voleva dominare rappresentandola finalmente nel rivestimento mitico illuminandone la scena sotto le forme ingentilite della delicata figura femminile. Come se Picasso dicesse soprattutto a se stesso: sono un mostro! Ma possiedo pure una razionalità per illuminare il passo bestiale, una donna per ingentilirmi, una ragazza per guidarmi, cieco, nella vita. Che ammissione! L’artista dà voce, qui, a una franchezza a cui davvero non siamo più abituati in questi tempi di smaccate fandonie pubblicitarie.

Cosa è dunque il Minotauro? Il rivestimento artistico e onirico con cui l’artista guarda a se stesso. Ricerca di sé, Minotauro è ciò che rimane dell’ossessione e della paura. Il compito dell’artista è, allora, quello di trovare nelle forme antiche del mito una possibile via alla consapevolezza. Il mito è il linguaggio del sé, appropriazione di sé, strumento. Il parlar franco dell’artista ne rivela l’intima fragilità a noi che siamo abituati ad ammirarlo come un gigante nella storia dell’Arte. Ciò che infiacchisce il mostro e Picasso insieme è solo deducibile da ciò che li salva da se stessi: l’amore di lei, la sua guida e la sua cura per loro. Ciò di cui entrambi hanno davvero paura è l’assenza di amore e ciò che temono è una mostruosa solitudine. Senza amore si è accecati e bruti, instupiditi e rabbiosi. Una formidabile lettura del Minotauro, questa, che ci indica il vero senso del mito: esso narra della paura più bestiale che può impossessarsi della nostra anima: essere soli e privi d’amore.

Il cuore del mito è trovato: una donna un tempo si unì in mostruoso connubio con un toro perché il marito l’aveva lasciata sola, priva d’amore, per curarsi del regno, del trono, degli dei, dunque del toro del cielo. Di tutto, fuorché di lei. Questo la fece impazzire e la spinse a contendere al marito proprio l’oggetto delle sue brame, imbestiandosi con lui. Coloro che non seppero amarsi, dunque, finirono per negare l’amore anche al figlio, riducendolo a un grumo di dolore bestiale. Vittima, dunque, più che carnefice, il Minotauro è la metafora della paura di non essere amati.

Canova dedica un’attenzione solo occasionale al personaggio ma non meno profonda. Ritrae infatti il Minotauro vinto da Teseo che lo guarda intristito dopo la lotta. Perché intristito? Perché vincere un orrido mostro rinchiuso nel labirinto dalle mani di chi l’ha generato è come uccidere un uomo morto: una vigliaccheria. Non è lui, infatti, il mostro, bensì chi l’ha seppellito vivo per vergogna di sé. Forse addirittura la morte per quello è anelata e cercata come una liberazione! Incapace d’uccidersi, il mostro ha fatto di tutto per trovare la morte per mano d’altri. Sia pure da un Teseo aiutato dalla sorellastra. Tradito da tutti, sin dal grembo materno, il Minotauro è l’affermazione di chi trova meglio morire piuttosto che continuare a divorare giovani che gli sono estranei come la chiara luce del giorno lo è a chi vive nella caverna! È la vicenda di chi giace vinto dal proprio dolore ed è interamente posseduto dalla rabbia cieca e ferina che ne consegue. Non c’è trionfo, però, a vincere un vinto. Solo tristezza e dolore. La visione di Canova è davvero magnificente. È la visione di chi guarda la Storia con lo sguardo della pietas romana, della caritas cristiana, dell’umanità più autentica: il mostro va ucciso sia per sollevarlo dal dolore di vivere sia per difendere altri. Ma la sua morte è comunque un’infamia anche per chi l’ha ottenuta. Di questo, Teseo, l’Eroe, si rattrista dopo la vittoria, tutt’altro che eroica.

Torniamo al mito. Ci pare ora assai meno stupido e inutile. In esso Picasso e Canova hanno ritratto valori che non avremmo forse mai sospettato ritrovare in una storia così confusa e incredibile. Eppure entrambi hanno concentrato l’interpretazione sugli effetti bestiali più che sulle cause. Il Minotauro ha catturato tutta l’attenzione dell’interprete cancellando con un colpo di spugna chi l’ha prodotto. La storia infatti narra di come un re abbia disubbidito agli dei pur di conservare gelosamente un dono del cielo. Di qui l’intera serie dei misfatti accaduti. Minosse è il primo a tradire tutti: prima gli dei e la regina, il figlio di lei poi, il popolo tutto infine. Il dono del cielo è troppo bello per sprecarlo in un sacrificio, perciò macchina di mantenerlo di nascosto e quindi di riprodurlo, cioè di appropriarsene. Non è la disubbidienza in questione, bensì la volontà di appropriazione: accecato dal proprio desiderio, il re trascura la lealtà agli dei, il governo del popolo, la moglie, se stesso. Tutto ciò che ha costruito vacilla paurosamente e naufraga. Al calcolo del re fa da contrappunto la follia della regina. Accantonata e surclassata dal toro del cielo anche lei macchina di appropriarsene sottraendolo al re: il desiderio del re suscita quello della regina. La gara tra i coniugi diventa conflitto aperto e drammatico. Al letto che il re trascura si sostituisce il fantoccio di legno costruito da Dedalo perché la regina s’accoppi, finalmente. È una vendetta terribile. Trascurata dal coniuge la regina si fa possedere come lui dallo stesso oggetto d’amore. Occhio per occhio, dente per dente: è la legge del taglione che s’impone. Poiché il re s’è fatto possedere dal desiderio senza dargli un limite preciso, anche la regina s’imbestia, posseduta dallo stesso desiderio senza limiti. Sregolato, il desiderio imbestialisce l’uomo e produce i suoi misfatti: slealtà, disubbidienza, tradimento, degenerazione della prole. La famiglia reale si disfa. L’esempio del re si liquefa. Il sovrano imbestiato e la sovrana imbestialita hanno una bestia come figlio: il popolo ride. Sarebbe una farsa, se non fosse anche una tragedia. Il frutto del litigio tra i coniugi dev’essere nascosto a tutti per evitare l’onta e la vergogna di non aver saputo governare nemmeno se stessi. Come governare il popolo, infatti, se non si è in grado di governare se stessi? Perciò il Minotauro è vittima, al massimo grado. Nato dalla vendetta e dal rancore, non è capace di provare altri sentimenti. La sua vita è una tragedia assoluta, senza soluzione di continuità.

Anche questo è educativo al massimo grado. Gli antichi ritenevano, infatti, che un patto saldasse le generazioni le une alle altre, legandole al male compiuto. Si chiamano legami di sangue ma stringono come catene. Il male fatto dai genitori ricade sui figli sinché non si sia compreso fino in fondo attraverso la sofferenza il comune destino dell’uomo. Una sola colpa lega tutti, infatti: non riuscire ad amare che se stessi.

Raccontato e discusso in famiglia come nelle scuole di oltre 2500 anni fa, il mito rappresentava a tutti la dissoluzione regale in un tempo in cui si affacciava una nuova forma di comunità basata sulla legge e sul codice: la polis greca. In essa tutti sono assoggettati alle leggi, anche la famiglia del re. Perciò il mito è linguaggio politico per eccellenza ed esercizio critico insieme. Questa era appunto la funzione della religione politeista greca: elaborare un sapere a cui persino il re è soggetto perché rappresenta narrativamente la condizione universale dell’uomo. Ma se il mito narrava l’uomo mostrando come la punizione del male fosse scritta nella natura della azioni malvagie compiute, il nuovo codice ora puniva il colpevole o minacciava di farlo. In entrambi agiva la paura – φωβος, fobia – come deterrente al male.

Una differenza, tuttavia, c’è ed è macroscopica. Nel mito un’intima necessità guidava le azioni alla loro naturale e tragica conseguenza quando le famiglie erano ancora convinte che le cose andassero da sé per il verso giusto. Il suo compito, dunque, era quello di raccontare l’emozione della verità alle nuove generazioni, educandole a un ordine che si riteneva francamente naturale. Nella nuova temperie urbana, invece, si nutre la fiducia che le nuove istituzioni politiche sappiano controllare e guidare un destino che ai più appare troppo arbitrario per essere condiviso. Il rischio è che i potenti la facciano franca e che se anche i figli pagano le colpe dei padri è assai meglio che anche i padri paghino le proprie e temano la legge. Evidentemente ciò accade quando la superiore autorità degli dei del passato non è più temuta proprio da quelle famiglie che un tempo avevano il dovere di rispettarla e farla rispettare. Perciò le nuove istituzioni si fondano su un codice che legittima la propria autorevolezza sull’universalità della propria applicazione più che sull’universale autorità divina. L’emozione della verità non basta più se i più potenti l’ignorano. Il codice, perciò, è la trascrizione del mito nella nuova legge fondata sull’autorità dello Stato che ha il compito di controllare e reprimere il delitto. Ciò non significa che la polis rinunci a narrare, anzi. Il compito è assunto da un nuovo tipo di narrazione gestita dagli esperti e in grado di riprodursi con metodo scientifico presso le nuove generazioni: la filosofia. Con la caduta del potere delle famiglie e l’ascesa dello Stato il mito e gli eroi vengono mandati a spasso da un nuovo cantore del bene comune: il filosofo e la sua scuola. Ciò che essi garantiscono alla neonata polis è il controllo e la gestione del sapere comune, mentre lo Stato ha il potere di controllare e reprimere tutti i comportamenti che derogano e si allontanano dal sapere condiviso. Sapere e politica si saldano sulla base di un nuovo patto che garantisce a tutti il controllo sociale voltando pagina rispetto agli arbìtri familiari del passato. Con ciò, forse, l’emozione della verità è ancora narrata, ma ritenuta ora una favoletta per bambini. Gli adulti, infatti, esigono controllo e organizzazione dell’esperienza sociale tutelata delle nuove istituzioni in cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

Depotenziata e surclassata dal sapere coerente con la nuova temperie politica, la narrazione mitica ha finito per intessere più la coscienza degli artisti che quella dei politici e dei maestri, relegata a uno stadio infantile della società umana che l’indubbio successo della razionalità vuol rimuovere dietro di sé. Nella migliore delle ipotesi non è che il mito non sia ritenuto vero, ma ciò che lo rende in ogni caso inappetibile all’organizzazione della nuova società civile è la sua incapacità di governarla perché ciò che non sa garantire è l’applicazione di ciò che esso stesso ritiene normativo. Tuttavia, il prezzo da pagare è altissimo: senza emozione, infatti, la legge e l’ordine sociale non sanno penetrare nelle coscienze individuali che si formano, appunto, nell’apprezzamento della vita veicolato da una narrazione che deve coinvolgere l’individuo e il corpo sociale nella sua interezza. È questo il linguaggio del mito che supera l’unilateralità della coscienza puramente razionale per appropriarsi dell’intero della personalità individuale e collettiva. Perciò il compito dell’artista ci risulta così prezioso: esso tutela per tutti il senso complessivo dell’impresa umana del vivere in una narrazione che rivelandocene il senso non costringe e non controlla il modo in cui ce ne appropriamo suscitando al tempo stesso la nostra libertà.

 

 

 

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